Syria strikes back

Scrive Alessandra Daniele su Carmilla on line (qui):

[…] Qualcuno s’è chiesto perché Assad avrebbe deciso di adoperare le sue armi chimiche proprio mentre tutto il mondo stava cercando le sue armi chimiche.
Ma si sa, i cattivi sono stupidi e autolesionisti. Rapiscono sempre la moglie del protagonista per farlo incazzare anche se hanno solo da rimetterci. Ammazzano la metà dei loro stessi scagnozzi così i sopravvissuti li tradiscono. Raccontano tutti i loro piani all’eroe per fare i ganassa. Eccetera. […]

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Benvenuti in Medio Oriente. E buona giornata!

Mi permetto di citare una lettera di un lettore londinese di origine araba, tale K. N. al Sabah, al direttore del Financial Times, ripresa anche da Micromega (versione online http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-giustizia-sommaria-delloccidente/), e Internazionale, che l’ha pubblicata con il titolo: Benvenuti in Medio Oriente.

“Gentile signore, l’Iran appoggia Assad. I paesi del Golfo sono contro Assad! Assad è contro i Fratelli musulmani. Obama e i Fratelli musulmani sono contro il generale Al Sisi. Ma molti stati del Golfo sono a favore di Al Sisi, il che significa che sono contro i Fratelli musulmani. L’Iran è filo Hamas, ma Hamas appoggia i Fratelli musulmani! Obama sostiene i Fratelli musulmani, eppure Hamas è contro gli Stati Uniti. Gli stati del Golfo sono con Stati Uniti. Ma la Turchia è alleata con gli stati del Golfo contro Assad; eppure la Turchia è a favore dei Fratelli musulmani contro il generale Al Sisi. E il generale Al Sisi è appoggiato dai paesi del Golfo. Benvenuti in Medio Oriente e buona giornata”.

In effetti K. N. al Sabah ha dimenticato un dettaglio: i Mujaheddin, considerati terroristi nei conflitti iracheno e afgano, nel conflitto siriano sono appoggiati dai paesi occidentali, in funzione antiregime di Assad.

Bene. In realtà è molto più complicato di così!

Breve riassunto ignorante

La “Primavera araba”
— Inizio pamphlet senile —
Ovvero come il giornalismo si riduce a divulgazione “sloganistica” riciclando le proprie definizioni più brillanti senza curarsi della loro adeguatezza.
Esempi:

  • Primavera di Praga/Primavera Araba (iniziata in inverno)
  • Watergate/Sexygate (il primo è il nome di un albergo, ma il secondo? Clinton ha forse fatto installare una porta dalle sinuose forme femminili per accedere alla stanza ovale?)
  • Tangentopoli/Calciopoli (la città delle tangenti e la città del… calcio?!?)

— Pamphlet senile finito —

Durante l’inverno 2010/2011 Nord Africa e Medioriente sono stati investiti da un’ondata di proteste contro i regimi al potere da qualche lustro. Tutti i paesi ne sono stati grossomodo interessati (persino il sedicente liberale Marocco), ma solo in alcuni si è arrivati ad una vera e propria rivoluzione.

cartina
Fonte Wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Primavera_araba

Alcuni individuano nell’insofferenza per le umiliazioni subite e nella mancanza di libertà le cause scatenanti di questi movimenti di protesta. Non si vede tuttavia per quale motivo popolazioni che hanno subito per decenni le angherie dei propri governi abbiano deciso così improvvisamente di averne abbastanza. Né convince molto il grande merito dato a internet e ai social network – che pure hanno costituito un importante catalizzatore, ma non un fattore scatenante – quando è evidente che è stata l’emittente televisiva Al-Jazeera il principale mezzo attraverso il quale la rivolta si è diffusa.
La Siria costituisce un caso emblematico nello spiegare queste eccezioni: lo Stato di emergenza, che dà poteri speciali al governo e al suo braccio (letteralmente) armato, è in vigore dal 1962, non dal 2009; il libero accesso ai social network risale al febbraio 2011, a proteste de facto già iniziate; l’emulazione della rivolta egiziana, tradottasi in scritte anti-Assad copiate dagli slogan anti-Mubarak usati dai giovani egiziani il 25 gennaio, deriva in toto dai report di Al-Jazeera.

Qual è dunque l’alpha? Cos’ha provocato, più di ogni altra cosa, una simile ondata di insofferenza, tanto repentina e veemente da cogliere impreparati poteri consolidati e intoccabili per vent’anni? Per noi occidentali non dovrebbe essere difficile rispondere, considerando che non parliamo d’altro da 4 anni. La crisi economica ha inasprito la corruzione, ha accresciuto la differenza tra ricchi e poveri, ha cancellato il potere d’acquisto del cittadino medio. Ciò che da noi è stato tutto sommato sopportabile (ma non ditelo ai Greci, mi raccomando), in zone più disagiate è divenuto intollerabile.

Il caso siriano

A Damasco, il passo dalle prime proteste alla guerra civile è stato breve. Il regime di Bashar al-Assad era troppo solido e ben strutturato per subire la sorte di Mubarak o Ben Ali, tanto più che le forze di polizia e buona parte dell’esercito (ma con l’avanzare del tempo sempre più frequenti sono state le diserzioni e le adesioni alle forze di opposizione) non lo hanno mai privato del loro appoggio.
Dall’altra parte però, il neocostituito Esercito libero siriano (ESL, estate 2011) ha trovato fuori dai confini del paese armi, soldati, sostegno logistico e finanziamenti necessari a proseguire la lotta armata. Giova ad esempio ricordare come, certamente fino ad aprile 2012, i vertici dell’ESL abbiano guidato la campagna militare ribelle da territori ben all’interno dei confini turchi, con l’ovvio beneplacito di Ankara.

Il gran numero di interessi in gioco ha ben presto allargato il conflitto ben oltre la Turchia, per quanto tutti si ostinino a parlare di semplice “guerra civile”.

La questione religiosa
Da oltre 40 anni la Siria è governata dagli Alawiti, un gruppo religioso appartenente alla frangia sciita dell’Islam, numericamente assai minoritaria rispetto alla frangia sunnita. Nel mondo arabo solo l’Iran è a totale maggioranza sciita. In Siria gli Alawiti rappresentano una porzione che va dal 6 e al 12% della popolazione; il resto appartiene alla fazione sunnita.
Per i paesi sunniti (Arabia Saudita in primis) la ribellione contro il regime di Assad è quindi una ghiotta occasione per accendere il focolaio della lotta interreligiosa, allo scopo di esautorare uno dei due governi sciiti della zona. L’altro, l’Iran, sostiene ovviamente gli Alawiti e la loro permanenza al potere.

Ancora una volta però, le cose sono più complicate di così.

La questione economica
La Siria non è un paese particolarmente ricco di risorse naturali. Non è tra i primi produttori di petrolio e di gas, tant’è vero che le recenti sanzioni sulle importazioni hanno messo in grave difficoltà energetica il paese. Vi sono però nuovi giacimenti a largo delle sue coste, che attendono soltanto di essere estratti (ahinoi con grande dispendio economico e ambientale). E – soprattutto – vi è un accordo con Teheran e Baghdad per la costruzione di un nuovo gasdotto che porti nel Mediterraneo le risorse naturali iraniane attraverso il territorio siriano. Le conseguenze sarebbero innanzitutto un aumento e una diversificazione dell’offerta sul mercato (quanti paesi occidentali, ad oggi, rifiuterebbero un prezzo più basso, anche se fosse Rouhani a proporlo?) e la creazione di un canale di fornitura alternativo a quelli attualmente presenti, che danno grandi benefici – guarda caso – a Turchia e Arabia Saudita (tra gli altri).

La questione geopolitica
Siccome siamo in Medioriente, la geopolitca non può che essere dirimente, anche al di là delle mere questioni economiche, che pure con essa sono quasi sempre intrecciate.
La Russia sostiene l’alleato siriano, nel cui territorio ha l’unica base militare navale del Mediterraneo. Perdere Assad, a favore magari di un governo più incline a soddisfare le esigenze statunitensi, significherebbe perdere un importante vantaggio strategico. Stupisce semmai l’intransigenza mostrata da Putin. Molti erano convinti che il presidente russo avrebbe almeno permesso agli Americani la cosiddetta “sculacciata” (bombardamenti qua e là, senza una ratio precisa, a scopo prettamente dimostrativo/punitivo). L’ipotesi è che abbia voluto mostrarsi inflessibile in virtù del ruolo di anfitrione del G20 (dando un segnale di potenza volto più all’opinione pubblica interna che esterna), e che cederà in seguito. Già oggi, 9 settembre, la posizione appare più morbida.
La Cina si affianca alla Russia, nella speranza di stringere accordi che le daranno maggiore autonomia energetica.
Francia e Gran Bretagna, oltre agli interessi puramente affaristici, subiscono ancora il fascino di un retaggio antico, quando l’intera zona – smembrato l’Impero ottomano – era divisa tra protettorati, colonie e zone di influenza a loro appartenenti.
Dalla sardana pare rimanere estraneo Israele, nonostante i rapporti con la Siria siano storicamente tesi. In verità l’evoluzione degli ultimi anni ci racconta di un vicinato freddo e ostile, ma in fin dei conti utile e a tratti non detestabile. Gli Alawiti tengono infatti sotto controllo Hezbollah in Libano e, al di là delle dichiarazioni di stampo prettamente propagandistico (sulla falsa riga iraniana), Gerusalemme non ha nulla da temere da Damasco. Un cambio di governo sarebbe invece un salto nel buio, perché non vi sono garanzie sulla successione ad Assad ed il potere potrebbe essere verosimilmente conquistato da frange oltranziste che, al di là delle dichiarazioni di cui sopra, potrebbero agire REALMENTE contro lo stato ebraico.
E gli Stati Uniti? E la Germania? Per loro la partita si gioca anche (in questo momento soprattutto) su un altro tavolo.

Intervento sì, intervento no: non fare oggi quello che puoi rimandare a domani?
Per George W. Bush la Siria apparteneva al cosiddetto “Asse del male” allargato (includendo gli Stati canaglia). In verità il territorio siriano non fu mai oggetto di particolari attenzioni, specialmente perché povero di interessi economici. Il suo successore, il premio Nobel per la pace (sic e anche sigh!) Barack Obama, non ha mutato atteggiamento, mentre in altri casi (leggasi Libia) non ha tentennato a gettarsi nell’agone della “guerra giusta”. Fino alla svolta degli ultimi giorni: il regime usa armi chimiche; il regime va punito.
Ma l’uso dei gas è così dirimente? La guerra civile impazza da oltre due anni ed ha mietuto molte più vittime di quante non ne abbiano fatte i gas. Perché dunque le armi chimiche dovrebbero costituire un discrimine, a discapito dei bombardamenti a tappeto su città e villaggi? La “sindrome Coventry” è davvero tanto radicata nella psiche degli occidentali? Può essere. Ne dubito.
Oltretutto, al di là della pervicace sicurezza espressa da Mister Ketchup, tuttora non è evidente (leggendo stampa italica ed estera) chi abbia usato i gas e quando lo abbia fatto. Nemmeno il 21 agosto 2013, nella strage che ha scatenato gli interventisti e imbarazzato i pacifisti. E’ stato Assad? Possibile. I ribelli? Plausibile. Entrambi? Probabile. Qualcuno però le ha usate; le immagini non lasciano dubbi.
Proprio le immagini sono il vero fulcro della questione. Fino al 21 agosto le armi chimiche non erano che due parole su carta stampata o su siti web, un’espressione pronunciata nei discorsi. Le foto delle vittime diffuse dalla stampa americana hanno cambiato tutto. L’opinione pubblica ha reagito con il suo tipico sdegno, tanto improvviso quanto ipocrita. L’intervento è improcrastinabile e ad oggi Obama non si può più ritrarre; non dopo aver egli stesso tracciato il confine rosso tra apatia e azione, con la dichiarazione di qualche mese fa, riassumibile grossomodo con la frase “se Assad userà le armi chimiche, l’America interverrà”. E chissà, forse anche l’alleato saudita, così ben protetto dopo l’11 settembre, ha iniziato a esercitare una certa pressione, forte del gran numero di capitali investiti negli Stati Uniti dai Reali di Riyad.
Angela Merkel è più cauta. Tra meno di quindici giorni (22 settembre) si vota per il Bundestag e, nonostante l’enorme vantaggio accordatole da tutti i sondaggi, la cancelliera uscente non può e non vuole correre rischi. La Germania è indignata per i gas, ma non ha interesse a iniziare una guerra. Ecco perché al G20 ha firmato il documento di blanda condanna del regime siriano. Prendere posizione, ma sottovoce. Proprio come il Premier italiano Letta, capace di sconfessare in mezz’ora la linea sapientemente e intelligentemente dettata nelle ultime settimane dal Ministro degli esteri Bonino. Benvenuti in Italia. E buona giornata.

La sagace guida di Capitan Ovvio

Attenzione! Una delle seguenti affermazioni è stata realmente enunciata da un importante uomo politico, un paio di giorni fa:

(troppo facile)

#g20 terminata ora la sessione serale dove si è certificata la divisione sulla Siria.

— Enrico Letta (@EnricoLetta) September 5, 2013