Doppio “meno” non fa “più”

Nell’immagine: Antonello Silverini, “Gli storici del negazionismo”, 2012 llustrazione per “La Lettura – Corriere della Sera”

Il 16 ottobre 1943 i nazisti, che avevano da circa un mese invaso l’Italia e occupato la “città aperta” di Roma, entrarono nel ghetto della capitale e rastrellarono più di mille ebrei, deportandoli poi in Germania.
Il 16 ottobre 2013, a margine delle manifestazioni per il 70° anniversario di quell’evento, il presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano ha dichiarato: «Oggi è una grande giornata di coesione e di solidarietà tra tutte le fedi e le religioni. La proposta di legge per l’introduzione del reato di negazionismo è un merito del nostro Parlamento. E sono convinto che verrà presto completato l’iter di approvazione».

Tutto questo mentre si discuteva e litigava sulla salma di Erich Priebke, morto da circa una settimana. Una coincidenza? Si potrebbe dire che Dio non gioca a dadi con l’universo. Ma anche senza scomodare l’illustre Padre (o l’illustre Albert, che pronunciò per primo quella frase), è arduo credere che sia una semplice casualità. Soprattutto perché si tratta di una dichiarazione del nostro Presidente, che lascia ben poco al caso quando parla davanti a una platea pubblica (con o senza giornalisti).
L’equazione è giusta? Negazionismo=Priebke=Nazismo? In parte. A patto di considerare il Negazionismo come un fenomeno atto a negare una più vasta gamma di avvenimenti e non soltanto la Shoah. Il contesto in cui Napolitano ha rilasciato la suddetta dichiarazione, unito all’accezione generale (e originale) che ormai il termine (“Negazionismo”) ha ri-assunto, mi fa supporre che non sia esattamente così.

Lo so, lo so: troppe ipotesi, troppa dietrologia.
E’ utile tuttavia precisare un paio di questioni.
Gli ebrei vittime delle Fosse Ardaetine furono tra i 70 e gli 80, 75 secondo le valutazioni più accreditate. Gli altri 265 erano oppositori politici, partigiani, persino massoni. Priebke ha responsabilità nella Shoah? Certo. In quanto aderente al nazismo. Ma le sue azioni travalicano assai quel confine.
Perché il nazismo è stato anche, e nei fatti persino prima, un regime autoritario e illiberale, che intimidiva gli avversari e cancellava il dissenso. E’ così che ha preso il potere. E’ così che ha potuto, in seguito, fare le leggi razziali.
Oltre a molto altro.
Invasione. Prevaricazione. Cancellazione dei diritti elementari. Persecuzione del sessualmente diverso, del geograficamente estraneo (Rom e Sinti, Slavi). Nel Mein Kampf c’è molto più dell’odio per gli ebrei.
I crimini dei nazisti, non solo di Priebke, trascendono la Shoah. Negarli significa perciò negare molto più della Shoah.
Concentrarsi su un solo aspetto, per quanto possa essere valutato il più inumano e sconvolgente, significa ancora una volta analizzare solo una parte del problema, averne una visione incompleta, povera, semplicistica. In una parola: sbagliata.

Premesso ciò, entriamo nel merito della proposta di legge. E’ giusto che un’idea, per quanto perversa e fallace, rappresenti un reato? Nel ’52 in Italia ci furono alcuni timidi dissensi per l’introduzione del reato di “apologia del fascismo”, voluto dall’allora ministro dell’interno Mario Scelba. Col senno di poi potremmo dire che le obiezioni erano pertinenti, considerando che per anni abbiamo avuto un partito dichiaramente fascista in Parlamento (il Movimento sociale italiano) ed oggi abbiamo regalato a revisionisti e neo/criptofascisti di ogni età l’aura inviolabile delle “vittime” (di cui Pansa è il più brillante teorico).
Accadrà lo stesso col negazionismo? E’ probabile.
Eppure, anche qualora non avessimo l’esempio succitato, i dubbi permarrebbero. Creare un tabù non risolve il problema culturale che quel tabù può originare. Semmai è l’opposto. Lo si riveste di proibito, rendendolo accattivante. Lo si cancella dal dibattito, inibendo e impedendo ogni discussione seria su di esso. Lo si riduce al silenzio, dando ai suoi sostenitori lo status di perseguitati. Lo si ghettizza da un punto di vista sociale e culturale, esacerbando così rabbia e violenza di chi lo difende. Lo si radica e lo si estremizza, rendendolo impermeabile alla confutazione con il ragionamento.
In definitiva, un pessimo servizio.

Lo Stato e la società possono punire un pensiero come aggravante di un crimine, ma non far sì che il pensiero stesso sia il crimine.
Così facendo, abdicherebbero ai loro compiti, che sono di educare cittadini liberi e – soprattutto – consapevoli.
A tal proposito, inserisco qui due ottimi commenti letti ieri sul portale dell’ente culturale presso il quale lavoro.
Scrive annamaria: “una legge sancisce un reato, ma non risolve il problema che deve essere affrontato alla base: educazione alla memoria storica permanente!”
Risponde Anna: “Non solo: in un certo senso toglie dalle spalle dei cittadini la responsabilità delle decisioni che potranno essere prese in base alla legge, per affidarla alle istituzioni. Invece è necessario coinvolgere le persone comuni nei quartieri che abitiamo, per trarre da noi stessi il senso intimo della necessità di lottare contro il male compiuto da uomini e donne come noi.”
In estrema sintesi, “il modo per combattere le idee perniciose è attraverso altre idee” (motto del progetto Nizkor).

Ecco, io la penso esattamente così.

Il Capitano e il Male incarnato

Incollo alcuni stralci di una mail giuntami ieri sulla posta elettronica dell’istituto culturale presso il quale lavoro.

Oggi 11 ottobre 2013 è morto il capitano Erik Priebke –  mi ha detto un collega che più volte lo ha scortato – che amava ancora farsi chiamare così, con il suo vecchio grado e forse è normale considerando che dalla strage delle Fosse Ardeatine del 24 marzo 1944 sino al suo ultimo giorno di vita non ha mai proferito una parola di pentimento e nemmeno un’espressione di comprensione per le vittime o le loro famiglie.Non è mai cambiato, il tempo è passato ma lui è rimasto quel che era: un nazista.
[…]
E’ morto il capitano Erik Priebke. Con la sua morte però non si dica che si è chiusa una storia quella dei 335 trucidati, quella dei 9 mesi di occupazione, quella della fame e della miseria, quella della città aperta, quella del 16 ottobre 1943, quella dei fucilati, quella dei torturati, quella di Via Tasso, quella di Teresa Gullace…La Storia non si chiude gli uomini possono dimenticarla al prezzo però di riviverla.
[…]

Tutto pienamente condivisibile, ma mi preme precisare una cosa. Priebke può essere perdonato o meno: è materia che attiene all’animo di ciascuno di noi, e a Dio – per chi è credente. In nessun caso però egli deve assurgere al ruolo di “mostro” o di “male assoluto“, così come lo stesso non deve accadere per gli altri nazisti, né per il nazismo in generale. L’opera di disumanizzazione concorre solo a ripulire le coscienze, a inculcare in noi la convinzione che determinati avvenimenti sono stati del tutto eccezionali e per questo non accadranno mai più. Priebke era un mostro, si dice; ed Eichmann (poco più di un burocrate, in realtà), il male in tutta la sua banalità. Questa semplicità ci fa sentire bene, ci dà serenità. E’ una calda coperta che ci conforta nelle notti di inverno, quando fuori il gelo attanaglia le viscere e le tenebre avvolgono i contorni delle cose. Laggiù, lontano, ci sono i demoni, che non hanno nulla a che vedere con noi umani.

— Intermezzo satirico

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Erik Priebke Teschio Rosso in un’immagine d’archivio

— Fine intermezzo satirico

Priebke però era un uomo a tutti gli effetti; aveva una moglie, dei sogni, delle aspirazioni. Ed erano uomini anche coloro i quali hanno fatto nascere e crescere il nazismo; anche loro con sogni e aspirazioni non necessariamente di sterminio. Cosa li ha resi così spietati? Cosa ha fatto compiere loro determinate scelte? Sono domande necessarie, che tuttavia non possiamo porci se non considerando l’inevitabile “umanità” sia di un singolo capitano delle SS che del nazismo in tutto il suo complesso. Se invece eliminiamo ogni profondità sociale, storica, politica – in una parola: se eliminiamo la componente “umana” – noi rinunciamo a capire; o anche solo a considerare e a temere (la paura è un fortissimo stimolo intellettuale) che tutto possa succedere di nuovo.

Si ripete spesso che i tempi sono cambiati, eppure qualche mese fa il governo di ultradestra ungherese ha proposto il censimento dei cittadini ebrei.

In generale a me piace ricordare quello che sostiene Victor Serge in Memorie di un rivoluzionario, e cioè che ogni individuo in cuor suo è fondamentalmente “totalitario“. Lo possiamo constatare ogni giorno, guardando un telegiornale, parlando con famigliari, amici o colleghi, osservando il comportamento delle persone per strada o sui mezzi pubblici. Le cause che hanno scatenato determinati eventi permangono in ognuno di noi. E se dovessimo trovarci in situazioni particolari, possiamo davvero essere certi delle nostre reazioni? Se ci si chiedesse ad esempio la più insignificante delle complicità (come azionare una semplice leva, identica a quella che apriva i condotti da cui fluiva lo Zyklon B), sotto minaccia di imprigionamento o fucilazione, quale scelta faremmo? La più facile? La più difficile? Una via di mezzo?

La memoria da sola non è sufficiente. Non basta “ricordare che questo è stato” (cit.), se poi ci convinciamo che a compiere il “questo” siano stati dei “diversi”, degli “estranei”, dei “mostri”, dei “non umani”. La memoria sarebbe monca, perché priva di spirito critico e consapevolezza. La stessa consapevolezza che ci permetterebbe di scorgere nel nostro animo o in quello di chi ci sta vicino i nuovi prodromi della depravazione umana.