Breve vademecum cinematografico della crisi

Capitalism. A love story (2009), di Michale Moore

Il solito Michael Moore ci illustra, con ironia e crudezza al contempo, le cause e gli effetti della crisi finanziaria del 2006, con una piccola ma fondamentale finestra sul luogo in cui tutto è cominciato: gli Stati Uniti degli anni ’80 e del Reaganismo.


Inside Job (2010), di Charles Ferguson

Documentario a volte troppo tecnico, ma preciso e puntuale in ogni descrizione, che individua e denuncia gli intrecci perniciosi e le dinamiche perverse dell’industria dei servizi finanziari, che ha portato – con la complicità della politica – alla crisi economica del 2008.


Company men (2010), di John Wells

Il lato della crisi economica meno indagato e raccontato: quello dei giovani manager rampanti che hanno concorso a crearla e che poi, loro malgrado, sono stati costretti a subirla. Il sogno americano infranto e il suo recupero, in carattere minore e “più umano”. Un film forse troppo ottimista, ma pur sempre interessante per l’originalità del punto di vista.


Margin Call (2011), di J.C. Chandor

La notte in cui tutto è cominciato vissuta all’interno di una delle più grandi banche d’investimento statunitensi. Un affresco umano e sociale impietoso, in cui non solo vengono rappresentate le perversioni di un sistema avviato al collasso, ma anche le vicende personali e professionali di una serie di personaggi apparentemente imperturbabili e invincibili, costretti improvvisamente a mettere in discussione sia il proprio lavoro che la propria etica. Dinanzi alla realtà, ognuno reagirà in modo differente, scoprendosi spesso fragile e vulnerabile.


Too Big to Fail (2011), di Curtis Hanson

Film per la televisione che racconta la crisi con gli occhi (e le scelte) di Henry Paulson (William Hurt), Segretario al Tesoro degli Stati Uniti sotto la presidenza di George W. Bush.

Capitani coraggiosi

capitanicoraggiosiNel 2006 la compagnia aerea di bandiera italiana, Alitalia (Linee aeree italiane) è sull’orlo del baratro. Il fallimento e la chiusura sono a un passo. Si fanno avanti alcuni acquirenti, tra i quali Lufthansa e AirFrance. Le offerte per rilevare la compagnia sono allettanti, ma i Tedeschi non offrono garanzie sul mantenimento di Roma Fiumicino come hub principale (preferirebbero Malpensa, che di lì a poco entrerà definitivamente nell’oblio); i Francesi invece sì. Il 21 dicembre 2007 il cda di Alitalia identifica in Air France-KLM l’interlocutore con cui avviare una trattativa in esclusiva. La scelta è avallata anche dall’azionista principale, ovvero lo Stato italiano.
Il piano francese prevede un sostanzioso versamento per le azioni, con totale accollamento dei debiti finanziari della compagnia italiana (circa 1,4 miliardi), a fronte però di 2300 esuberi e di una fortissima riduzione degli stipendi di dirigenti e manager (quelli di AirFrance all’epoca guadagnavano grossomodo 1/10 rispetto alle controparti di Alitalia).
Qui accade l’imprevisto. I sindacati si oppongono ai licenziamenti. Il capo del futuro governo imposta la propria campagna elettorale sulla difesa dell’italianità della compagnia di bandiera, che deve “restare in mani italiane”. Il patriottismo d’accatto porta in dote una bizzarra alternativa: una cordata composta da una banca (Intesa San Paolo) e da una serie di imprenditori italiani. Ecco i nomi (spero tutti, ma non garantisco): Benetton, Gavio, Riva (quello dell’ILVA di Taranto), Colaninno (figlio dell’allora ministro delle infrastrutture del governo-ombra veltroniano), Angelucci (ora indagato per truffa allo Stato), Toto (proprietario di AirOne, unico con esperienza nel settore), Ligresti (ora indagato), Mancuso, Carbonelli-D’Angelo, D’Avanzo, Orsero, Tronchetti Provera (quoque ille, onnipresente), Caltagirone (ora indagato per frode fiscale), Bellavista, Fratini, Traglio, Crociani, Maccagnani, Fontana, Manes, Marcegaglia. Una bella compagnia, non c’è che dire. Anzi, una bad company, proprio come quella che viene appositamente costituita per assorbire tutti i debiti pregressi di Alitalia. In matematica però, così come in natura, nulla si crea e nulla si distrugge; e le perdite in qualche modo devono essere ripianate. E’lo Stato italiano che se ne fa carico, con una manovra finanziaria che impone ad ogni cittadino un esborso straordinario calcolato in circa 172 euro cadauno.
Dulcis in fundo, non c’è certezza sugli esuberi. 2000? 6000? 4000 con riassunzione programmata in un secondo momento (eppure ancora aspettano)?
La situazione pare surreale. Al posto di un acquirente in possesso di ottime referenze e che avrebbe permesso allo Stato (quindi a noi tutti) di chiudere la vendita in attivo (tra costo delle azioni e risoluzione del dissesto finanziario ), se n’è preferito uno che, oltre ad avere competenze ridotte (e quindi minori garanzie di “buona gestione”), ha pure prodotto un passivo.
Sembra un dejà vu del triangolo Alfra Romeo-Opel-Fiat di craxiana memoria.

— Breve parentesi metaforica:
Immaginiamo di dover vendere una bella credenza antica, un po’ rovinata ma ancora funzionale. I costi di ristrutturazione sarebbero troppo alti per noi, perciò cerchiamo un acquirente.
Acquirente uno (uomo con la “r” moscia ma perbene, che vive dall’altra parte della città; amante delle lumache; collezionista di mobili antichi): “Le offro mille euro. La rimetto come nuova e tutta a mie spese. Lei non dovrà preoccuparsene più.”
Acquirente due (uomo con spiccata gestualità ma perbene, che vive nello stesso condominio; amante della pizza; collezionista di tutto fuorché di mobili): “Le offro un mazzo di fiori. Però me la rimette a posto lei, a sue spese. Posso scroccarle una sigaretta?”
— Fine parentesi metaforica.

“Ma almeno abbiamo salvato l’italialità della compagnia di bandiera!”, si potrà dire. Non del tutto vero, visto che nel 2009 AirFrance ha acquistato circa il 25% di Alitalia e che un anno dopo, nel 2010, Rocco Sabelli, allora amministratore delegato della compagnia aerea italiana, ha dichiarato: “La mia opinione personale, che trasformerò in una raccomandazione agli azionisti, è di costruire una fusione tra le due compagnie [Alitalia e AirFrance] per confluire in un aggregato più grande”.
Oggi l’argomento torna di stretta attualità, essenzialmente a causa dell’acquisizione di Telecom Italia da parte degli Spagnoli di Telefonica. Per quanto sia un caso assai differente, anche qui si toccano discrete vette di surrealtà. Con l’aggravante, in questo caso, di essere giunti alla vendita non solo di un’azienda, ma dell’intera infrastruttura italiana delle telecomunicazioni (eccezion fatta per i pochi punti in cui Fastweb ha implementato linee proprie). Ora già si prepara la marcia indietro, motivata da strampalati discorsi sulla presunta “sicurezza nazionale”. Se davvero così fosse, basterebbe pronunciare la frase che suscita l’anatema do ogni liberista: “statalizzazione della rete”.
Ad ogni modo sarò blasfemo, ma non giudico il problema dirimente. Dirimente è secondo me l’analisi generale di un paese fatto a pezzi da coraggiosi capitani di industria che oggi, nonostante i ripetuti fallimenti, si ritrovano comunque più ricchi di trent’anni fa (http://temi.repubblica.it/micromega-online/super-manager-questi-costano-come-i-partiti/), smembrando società, trasferendole all’estero (dove governi compiacenti li sovvenzionano; non raccontiamoci la solita menzogna del minore costo della manodopera), sedendo contemporaneamente in quattro o cinque consigli di amministrazione. Intanto attorno a loro (e spesso per causa loro) molti perdono il lavoro; e coloro che sono così bravi o fortunati da mantenerlo, sempre più spesso sono costretti a lavorare di più e a guadagnare di meno.
Ma si sa: in Italia non si investe per colpa dell’articolo 18 e di sindacati come la FIOM. E’ questo il motivo per cui AirFrance non ha comprato Alitalia nel 2008, giusto?
E due più due fa tre, quattro e cinque allo stesso tempo… (cit.)

L’autunno (1994) dell’EgoArcore

Non è stato difficile in fondo. Si è trattato di aspettare circa 24 ore – giusto il tempo di raddrizzare una nave e far scemare l’attenzione mediatica – e puntualmente si è affacciato nelle nostre case, catodicamente straripante come suo solito. Sto parlando ovviamente del nuovo episodio del Commissario Montalbano.


In effetti no. Il riferimento era naturalmente al nuovo messaggio televisivo dell’EgoArcore, che potete vedere qui sotto:

Ops!
D’altra parte, ascoltando l’incipit non è facile distinguerli l’uno dall’altro. Ecco quell giusto (o “meno sbagliato”):

Farne un’esegesi, benché parziale, sarebbe impresa titanica, soprattutto per ciò che concerne la seconda parte, infarcita dei soliti slogan a tratti accusatori e a tratti autocelebrativi. Insomma, il senso di dejà vu è fortissimo.
Vi sono tuttavia un paio di passaggi che meritano una riflessione.

L’incipit è emozionale, come 19 anni fa. I sentimenti sono al centro del discorso. A suo tempo il fulcro era l’amore per l’Italia, generico ma molto patriottico, necessario per chi intendeva assurgere a ruolo di salvatore della nazione; oggi invece è il legame personale con gli elettori, chiamati prima “amici” e poi – a stretto giro di posta e con notevole incoerenza dialettica – paragonati a dei famigliari, ai quali si “vuole bene” (tentativo fin troppo esplicito di blandirli, fingendo un rapporto condifenziale).

“Che si fa in questi casi?” domanda il Nostro Padre Amorevole, “quando bisogna prendere una decisione importante che riguarda la nostra famiglia”.
Di primo acchito, ho sentito qualcuno ribattere “Boh, non so: si divorzia, si dà il mantenimento ai figli… Cose così, insomma”.
Da bi-divorziato, padre Silvio dovrebbe avere una certa esperienza.
Invece no, la sua ricetta è più semplice: “Ci si guarda negli occhi, ci si dice la verità…”
link
Ad esempio, no?

Il tentativo di avvicinamento all’interlocutore prosegue parlando della crisi economica che sta colpendo l’Italia e il mondo occidentale in genere. Subito però avviene il balzo: da una dimensione paritaria e colloquiale (da “pacca sulla spalla” e “siamo tutti sulla stessa barca”) si stacca e si eleva il grand’uomo, statista e imprenditore, che espone con semplicismo disarmante la sua visione economica. E di nuovo sembra di piombare indietro di vent’anni, con la mera contrapposizione (ormai priva di senso) tra comunismo/statalismo e liberalismo.

Eccone l’estratto: “Siete certamente consapevoli che siamo precipitati in una crisi economica senza precedenti, in una depressione che uccide le aziende, che toglie lavoro ai giovani, che angoscia i genitori, che minaccia il nostro benessere e il nostro futuro.
Il peso dello Stato, delle tasse, della spesa pubblica è eccessivo: occorre imboccare la strada maestra del liberalismo che, quando è stata percorsa, ha sempre prodotto risultati positivi in tutti i Paesi dell’Occidente”

In pratica, a ben interpretare queste parole, la crisi economica causata dall’eccesso di liberalismo, che si è tradotto ed è sfociato in un liberismo senza freni e controlli, si risolve inibendo ancora di più quei freni e quei controlli. E’ come curare i brufoli con una dieta a base di pizza, cioccolato e cocktail di ormoni; o risolvere i problemi respiratori con un soggiorno di un mese all’ILVA di Taranto.
Qui poi occorre un distinguo fondamentale sul lemma e sul suo significato. Se per il liberalismo s’intende la dottrina politica, allora esistono molti paesi occidentali (quelli dell’Europa del nord, ad esempio) che lo praticano attraverso il mantenimento di uno stato sociale solidissimo, gestito dallo Stato e finanziato dalle tasse. Se invece il liberalismo è inteso da un punto di vista prettamente economico (e mi pare francamente il caso), si parla di liberismo, e allora giova ricordare come i paesi occidentali ne abbiano sperimentato a più riprese gli effetti nefasti, anche tralasciando la crisi attuale. Quando deflagrò quella del 1929, per tre anni il Presidente americano Herbert Hoover tentò di risolverla con scelte liberiste e antistataliste. Fallì miseramente e alle elezioni del 1933 venne annichilito dal candidato democratico F.D. Roosevelt, che un anno dopo approntò il celeberrimo New Deal. In tempi più recenti, Argentina, Cile e – per certi versi – Grecia ci ricordano che sono molte le incognite e altrettanti i pericoli in cui si incorre “imboccando la strada maestra”.

“I nostri ministri hanno già messo a punto le nostre proposte per un vero rilancio dell’economia, proposte che saranno principalmente volte a fermare il bombardamento fiscale che sta mettendo in ginocchio le nostre famiglie e le nostre imprese”.

E’ indubbiamente vero. Ciò che però viene scientemente omesso è il modo in cui siamo giunti nelle attuali condizioni. Nello specifico, manca ogni riferimento ai governi che, negli ultimi 10 anni, hanno portato il carico fiscale su cittadini e imprese a livelli inediti. Sfortunatamente la (mai troppo) breve esperienza del governo Monti ha caricato l’intero peso delle scelte scriteriate sulle fragili spalle del Professore bocconiano (che infatti ne è stato schiacciato e quasi frantumato alle recenti elezioni). Ma il governo Monti non era forse sostenuto anche dal PdL? E chi lo ha preceduto? Chi ha varato (e poi effettuato) l’aumento dell’IVA dal 20 al 21%? Era il settembre 2011 e la risposta non è Topo Gigio.
Se poi qualcuno è convinto che l’IVA non sia una tassa…
Libero Iva Tasse - Nonleggerlo

Ma che, per davvero?

“Ma devo ricordare che gli elettori purtroppo non ci hanno mai consegnato una maggioranza vera, abbiamo sempre dovuto fare i conti con i piccoli partiti della nostra coalizione che, per i loro interessi particolari, ci hanno sempre impedito di realizzare le riforme indispensabili per modernizzare il Paese, prima tra tutte quella della giustizia.”

In quasi settant’anni di storia Repubblicana, solo un governo è riuscito a portare a termine il proprio mandato, restando in carica per la durata canonica (e fatidica) di 5 anni (pur con un rimpasto interno). Anche in questo caso, non si tratta di un governo monocolore (grigio) Topo Gigio. Presidente del Consiglio incaricato a giugno del 2001, Berlusconi ha mantenuto ben saldo il seggio fino a maggio 2006. Un lustro – meno un mese – per compiere tutte le meraviglie che la sua mente vagheggiava.
Non contenti, gli Italiani gli hanno dato una seconda possibilità, che resta comunque tra le più longeve malgrado l’epilogo tecnico: maggio 2008-novembre 2011. Il totale è di 8 anni negli ultimi 13, cioè dall’inizio del nuovo millennio.
Gli elettori però, dice lui, non gli hanno mai consegnato una maggioranza vera. E infatti:

E se da un lato gi va riconisciuto che la seconda esperienza è stata effettivamente parecchio travagliata (tra finiani e spread), oggettivamente fatico a ricordare quali ostacoli abbiano posto i piccoli partiti afferenti alla Casa delle Libertà nel quinquennio 2001-2006.
In realtà fatico a ricordare anche quali ostacoli abbia posto l’opposizione…

Probabilmente ciò a cui mira il Nostro è una sorta di plebiscito. Un 100% tondo tondo sfuggito persino ai più eminenti statisti di Germania, Italia e Unione Sovietica (per citare gli esempi più famosi). La verità è che ottenere il 100% alle elezioni è pressoché impossibile e dubito che qualcuno possa sinceramente credere il contrario.
grilloal100
Ma che, per davvero? bis

A questo punto è evidente che l’Uomo è provato (ed io pure a stargli appresso).
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“Questa magistratura, per la prevalenza acquisita da un suo settore, Magistratura Democratica, si è trasformata da “Ordine” dello Stato, costituito da impiegati pubblici non eletti, in un “Potere” dello Stato, anzi in un “Contropotere” in grado di condizionare il Potere legislativo e il Potere esecutivo e si è data come missione, quella – è una loro dichiarazione – di realizzare “la via giudiziaria” al socialismo.”

Depurando il discorso dalle teorie complottistiche, appare chiaro che il Nostro non abbia ben chiaro il concetto di democrazia e di equilibrio dei poteri. I poteri legislativo, esecutivo e giudiziario DEVONO essere ciascuno il contropotere degli altri; separati tra loro, controllori e controllati, affinché nessuno prevalga sugli altri. In questo senso, il fatto che il Nostro non abbia ancora fatto un giorno di galera nonostante i 50 processi subiti (lo dirà più avanti), significa che la democrazia italiana funziona piuttosto bene. Ammesso che lui sia innocente, certo. Perché se fosse colpevole ma a piede libero, avremmo un grosso problema…

Non solo. Come ha sottolineato Gilioli sul suo blog ieri, viene da domandarsi “[…] chi sarebbero quelli che vogliono «realizzare il socialismo per via giudiziaria»? Chi sarebbero quelli che «utilizzano il braccio giudiziario visto che non sono stati capaci di farlo con gli strumenti della democrazia»?
Lo smandrappatissimo Pd, che by the way gli è alleato e che si fa tremebondo a ogni sua condanna? E chi nel Pd: Boccia, Renzi, Franceschini, Fioroni, Cuperlo? Enrico Letta? Il buffo capogruppo Speranza? L’impacciato ministro Orlando? Il giovane turco Orfini? Lapo Pistelli? Scalfarotto? Tabacci? I 101?”
Forse questi qui sotto:

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Ohibò!

“Subito, anzi immediatamente, i P.M. e i giudici legati alla sinistra e in particolare quelli di Magistratura Democratica si scatenarono contro di me e mi inviarono un avviso di garanzia accusandomi di un reato da cui sarei stato assolto, con formula piena, sette anni dopo.
Cadde così il governo, ma da quel momento fino ad oggi mi sono stati rovesciati addosso, incredibilmente, senza alcun fondamento nella realtà, 50 processi che hanno infangato la mia immagine e mi hanno tolto tempo, tanto tempo, serenità e ingenti risorse economiche.”

Si può senza dubbio dissertare sulla tempistica di consegna dell’avviso di garanzia (durante la Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulla criminalità transnazionale), ma questo paragrafo è emblematico, perché costituisce il mantra berlusconiano per eccellenza, la teoresi della sua dottrina, il fondamento primigenio e la formalizzazione statutaria del complotto persecutorio nel quale la magistratura diviene il principale motivo dei guai del Berlusconi politico.
Inutile dire che contiene molte inesattezze che è utile rimarcare.

  1. L’avviso di garanzia è una comunicazione che giunge a fine indagine e prima del processo. Ciò significa che Berlusconi era indagato già da qualche mese. Le carte confermano dal 1993, cioè ben prima della sua “discesa in campo”
  2. L’assoluzione per il processo sulle tangenti alla Guardia di Finanza avvenne in Cassazione e per insufficienza di prove, non con formula piena. La sentenza Mills ha di fatto stabilito che la testimonianza cardine di quel processo era falsa, perché l’avvocato inglese era stato pagato (e quindi corrotto) per mentire
  3. Il Governo non cadde per l’avviso di garanzia, bensì per il mancato accordo con uno dei partiti della coalizione (la Lega Nord, che gli tolse la fiducia) sulla riforma delle pensioni.
  4. I processi sono meno di una trentina anziché 50. E poi, qualche anno fa lui sosteneva che fossero 100. Com’è che diminuiscono sempre?

“Ed ora, dopo 41 processi che si sono conclusi, loro malgrado, senza alcuna condanna, si illudono di essere riusciti ad estromettermi dalla vita politica, con una sentenza che è politica, che è mostruosa, ma che potrebbe non essere definitiva come invece vuol far credere la sinistra, perché nei tempi giusti, nei tempi opportuni, mi batterò per ottenerne la revisione in Italia e in Europa.”

L’ordinamento giuridico italiano è chiaro e può essere riassunto essenzialmente così: esiste un primo grado di giudizio, seguito eventualmente da un appello, per stabilire se il reato sia stato commesso o meno; la corte di Cassazione è il terzo e ultimo grado di giudizio, deputato a decidere più nel metodo che nel merito (ovvero se vi siano stati nei primi due gradi vizi o difetti tali da rendere necessaria una revisione del processo o della sentenza). Per un cittadino italiano “normale” la storia finisce qui.
In casi del tutto particolari si può ricorrere a entità sovranazionali. Il più delle volte si tratta di procedure lunghe e costose, che non alterano però la verità incontrovertibile: in caso di condanna in Cassazione, per la legge italiana l’accusato è un reo a tutti gli effetti.


Game over

Quel che viene dopo è un lungo pamphlet autocelebrativo durante il quale, lo confesso, i miei occhi distratti hanno induguato su filmati di… Gare di Burlesque.

Poi però arriva il sussulto, lo scatto di reni, la zampata del campione: “Per questo dico a tutti voi, agli italiani onesti, per bene, di buon senso: reagite, protestate, fatevi sentire. Avete il dovere di fare qualcosa di forte e di grande per uscire dalla situazione in cui ci hanno precipitati.
So bene, quanto sia forte e motivata la vostra sfiducia, la vostra nausea verso la politica, verso “questa” politica fatta di scandali, di liti in tv, di una inconcludenza e di un qualunquismo senza contenuti: una politica che sembra un mondo a parte, di profittatori e di mestieranti drammaticamente lontani dalla vita reale.
Ma nonostante questo, ed anzi proprio per questo, occorre che noi tutti ci occupiamo della politica. È sporca? Ma se la lasci a chi la sta sporcando, sarà sempre più sporca… Non te ne vuoi occupare? Ma è la politica stessa che si occuperà comunque di te, della tua vita, della tua famiglia, del tuo lavoro, del tuo futuro.
È arrivato quindi davvero il momento di svegliarci, di preoccuparci, di ribellarci, di indignarci, di reagire, di farci sentire.”

Che se lo avesse detto Berlinguer, i comunisti sarebbero tutti lì a masturbarsi a vicenda (semicit.)

Da qui in avanti è come allo stadio, fino al culmine finale: “È arrivato il momento in cui tutti gli italiani responsabili, gli italiani che amano l’Italia e che amano la libertà, devono sentire il dovere di impegnarsi personalmente. E dunque: Forza Italia! Forza Italia! Forza Italia! Viva l’Italia, viva la libertà: la libertà è l’essenza dell’uomo e Dio creando l’uomo, l’ha voluto libero.”
E soprattutto: Campioni del Mondo! Campioni del Mondo! Campioni del Mondo! (cit.)

Ho la sensazione che questo autunno 1994 sarà lungo e caldissimo…

Il testo completo: https://www.facebook.com/notes/silvio-berlusconi/forza-italia-forza-italia-forza-italia/531532276917532

Il minore dei due (ani)mali

Dice il premier Enrico Letta: “[…] basta che buttiamo via la stabilità che abbiamo riconquistato faticosamente e ritorniamo facilmente dentro una condizione di grandissima difficoltà”; e poi aggiunge “Il costo dell’instabilità è pesante per lo Stato e per i cittadini“.

Esegesi: se cade il governo, il Paese precipita nuovamente nell’instabilità e tutti, soprattutto i cittadini, sono fregati (termine tecnico). La permanenza in carica del governo invece garantisce a tutti, soprattutto ai cittadini, la sicurezza tipica della proverbiale botte di ferro.

Riavvolgimento nastro: il governo ha recentemente deciso di abolire la prima rata dell’IMU, l’unico abbozzo – seppur modesto, trasandato e perfettibile – di tassa patrimoniale nella nostra penisola. Per controbilanciare il mancato introito (c’è la crisi, ricordate?), sarà tuttavia necessario recuperare i fondi altrove. Ecco grossomodo come, dove e quanto:

  • 300 milioni saranno tagliati alla manutenzione delle ferrovie.
  • 250 milioni saranno tagliati al fondo per l’occupazione, cioè ai disoccupati.
  • 300 milioni saranno tagliati allo sviluppo delle energie rinnovabili.
  • 55 milioni saranno tagliati alle assunzioni nelle Forze dell’ordine.
  • 30 milioni saranno tagliati all’attività dell’Agenzia delle entrate e al controllo sul lavoro nero.

Una botte di ferro, sì. Come quella di Attilio Regolo, con i chiodi all’interno e lanciata a folle velocità lungo le ripide pendici di una collina.
Ed infatti quello che dobbiamo temere ora è l’invidia dei vicini… (cit.)

Su una cosa possiamo concordare: se cadesse il governo oggi e si andasse a votare domani (o nei prossimi 30-40 giorni), il Paese finirebbe nuovamente nelle mani dell’EgoArcore (crasi da cattiva digestione per “egoarca di Arcore”). Considerando le recenti esperienze e il concorso di colpa nell’inasprimento della crisi (che le ricette di Full Monti non ci hanno aiutato a superare, tutt’altro), non è certo lo scenario ideale. Non è comunque una (buona) scusa per abdicare totalmente ai principi basilari della democrazia. Soprattutto se la scelta tra stabilità e instabilità, permanenza del governo o elezioni, si traduce in un semplice calcolo per stabilire qual è il minore dei due (ani)mali; senza che, per altro, si riesca ad arrivare ad una risposta accettabile.

Master&Commander, The Lesser of Two Weevils (Il minore dei due Ani-mali)

Traduzione:
Aubrey: “Dottore li vedete quei due vermi?”
Maturin: “Sì.”
Aubrey: “Quale scegliereste?”
Maturin: “Nessuno dei due; non c’è una sola differenza tra di loro. Appartengono alla stessa specie di Curculionidi”
Aubrey: “E se doveste scegliere? Se foste costretto a fare una scelta? Se non ci fosse altra soluzione?”
Maturin: [Sospirando] “Bene, se proprio mi spingete…” [inforca gli occhiali] “Sceglierei quello a destra. Ha un significativo vantaggio sia in lunghezza che in larghezza.”
Aubrey: [Esultante] “Ve l’ho fatta! Siete servito! Non lo sapete che bisogna sempre scegliere il minore dei due ani-mali?”


Tutti ridono (cit.)