Fare domani quello che puoi rimandare oggi

Dunque ricapitoliamo: Alitalia – la nuova Alitalia, quella nata dalle ceneri della vecchia per merito dei Capitani coraggiosi – è di nuovo sull’orlo del fallimento. Per risolvere la situazione, il governo ha incoraggiato Poste italiane ad entrare nel capitale della compagnia di bandiera. Un intervento di portata tale che, ad andar bene, rimandera il patatrac di qualche mese – massimo un anno.
Nessun piano di investimento serio; nessuna idea su come rendersi più appetibili ai viaggiatori (evitare di lasciare a terra i bagagli di tutti i voli in transito, come accaduto il 6 ottobre scorso a Fiumicino, potrebbe aiutare); nessuna intenzione di affidarsi a partner con larga esperienza nel settore o di coinvolgere maggiormente quelli che sono già azionisti della compagnia.
Un cerotto applicato su una ferita da arma da fuoco.

Nello stesso periodo, lo stesso governo (su input apparentemente molto poco casuale di King George) si è deciso finalmente ad affrontare l’emergenza carceri, con una proposta di indulto o amnistia da portare in Parlamento. Un provvedimento che, ad andar bene, provocherà un nuovo sovraffollamento fra circa un anno – massimo due.
Nessuna revisione del codice penale; nessuna sanzione sostitutiva delle pene detentive brevi, nemmeno per quella fattispecie di reati che in altri paesi non sono neppure previsti; nessuna azione parlamentare per modificare o abrogare leggi inutili e reazionarie come la Fini-Giovanardi (della Bossi-Fini si parla soltanto a causa dei recenti avvenimenti a Lampedusa, featuring Papa Francesco); nessuna nuova grande opera pubblica, perché è molto meglio continuare a costruire appartamenti che rimarranno inesorabilmente invenduti, piuttosto che infrastrutture carcerarie (magari anche all’avanguardia).
Un pezzo di nastro adesivo su una colonna crepata.

Non so a voi, ma a me questo sembra tanto il Governo del fare… Domani quello che può rimandare oggi.

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Capitani coraggiosi

capitanicoraggiosiNel 2006 la compagnia aerea di bandiera italiana, Alitalia (Linee aeree italiane) è sull’orlo del baratro. Il fallimento e la chiusura sono a un passo. Si fanno avanti alcuni acquirenti, tra i quali Lufthansa e AirFrance. Le offerte per rilevare la compagnia sono allettanti, ma i Tedeschi non offrono garanzie sul mantenimento di Roma Fiumicino come hub principale (preferirebbero Malpensa, che di lì a poco entrerà definitivamente nell’oblio); i Francesi invece sì. Il 21 dicembre 2007 il cda di Alitalia identifica in Air France-KLM l’interlocutore con cui avviare una trattativa in esclusiva. La scelta è avallata anche dall’azionista principale, ovvero lo Stato italiano.
Il piano francese prevede un sostanzioso versamento per le azioni, con totale accollamento dei debiti finanziari della compagnia italiana (circa 1,4 miliardi), a fronte però di 2300 esuberi e di una fortissima riduzione degli stipendi di dirigenti e manager (quelli di AirFrance all’epoca guadagnavano grossomodo 1/10 rispetto alle controparti di Alitalia).
Qui accade l’imprevisto. I sindacati si oppongono ai licenziamenti. Il capo del futuro governo imposta la propria campagna elettorale sulla difesa dell’italianità della compagnia di bandiera, che deve “restare in mani italiane”. Il patriottismo d’accatto porta in dote una bizzarra alternativa: una cordata composta da una banca (Intesa San Paolo) e da una serie di imprenditori italiani. Ecco i nomi (spero tutti, ma non garantisco): Benetton, Gavio, Riva (quello dell’ILVA di Taranto), Colaninno (figlio dell’allora ministro delle infrastrutture del governo-ombra veltroniano), Angelucci (ora indagato per truffa allo Stato), Toto (proprietario di AirOne, unico con esperienza nel settore), Ligresti (ora indagato), Mancuso, Carbonelli-D’Angelo, D’Avanzo, Orsero, Tronchetti Provera (quoque ille, onnipresente), Caltagirone (ora indagato per frode fiscale), Bellavista, Fratini, Traglio, Crociani, Maccagnani, Fontana, Manes, Marcegaglia. Una bella compagnia, non c’è che dire. Anzi, una bad company, proprio come quella che viene appositamente costituita per assorbire tutti i debiti pregressi di Alitalia. In matematica però, così come in natura, nulla si crea e nulla si distrugge; e le perdite in qualche modo devono essere ripianate. E’lo Stato italiano che se ne fa carico, con una manovra finanziaria che impone ad ogni cittadino un esborso straordinario calcolato in circa 172 euro cadauno.
Dulcis in fundo, non c’è certezza sugli esuberi. 2000? 6000? 4000 con riassunzione programmata in un secondo momento (eppure ancora aspettano)?
La situazione pare surreale. Al posto di un acquirente in possesso di ottime referenze e che avrebbe permesso allo Stato (quindi a noi tutti) di chiudere la vendita in attivo (tra costo delle azioni e risoluzione del dissesto finanziario ), se n’è preferito uno che, oltre ad avere competenze ridotte (e quindi minori garanzie di “buona gestione”), ha pure prodotto un passivo.
Sembra un dejà vu del triangolo Alfra Romeo-Opel-Fiat di craxiana memoria.

— Breve parentesi metaforica:
Immaginiamo di dover vendere una bella credenza antica, un po’ rovinata ma ancora funzionale. I costi di ristrutturazione sarebbero troppo alti per noi, perciò cerchiamo un acquirente.
Acquirente uno (uomo con la “r” moscia ma perbene, che vive dall’altra parte della città; amante delle lumache; collezionista di mobili antichi): “Le offro mille euro. La rimetto come nuova e tutta a mie spese. Lei non dovrà preoccuparsene più.”
Acquirente due (uomo con spiccata gestualità ma perbene, che vive nello stesso condominio; amante della pizza; collezionista di tutto fuorché di mobili): “Le offro un mazzo di fiori. Però me la rimette a posto lei, a sue spese. Posso scroccarle una sigaretta?”
— Fine parentesi metaforica.

“Ma almeno abbiamo salvato l’italialità della compagnia di bandiera!”, si potrà dire. Non del tutto vero, visto che nel 2009 AirFrance ha acquistato circa il 25% di Alitalia e che un anno dopo, nel 2010, Rocco Sabelli, allora amministratore delegato della compagnia aerea italiana, ha dichiarato: “La mia opinione personale, che trasformerò in una raccomandazione agli azionisti, è di costruire una fusione tra le due compagnie [Alitalia e AirFrance] per confluire in un aggregato più grande”.
Oggi l’argomento torna di stretta attualità, essenzialmente a causa dell’acquisizione di Telecom Italia da parte degli Spagnoli di Telefonica. Per quanto sia un caso assai differente, anche qui si toccano discrete vette di surrealtà. Con l’aggravante, in questo caso, di essere giunti alla vendita non solo di un’azienda, ma dell’intera infrastruttura italiana delle telecomunicazioni (eccezion fatta per i pochi punti in cui Fastweb ha implementato linee proprie). Ora già si prepara la marcia indietro, motivata da strampalati discorsi sulla presunta “sicurezza nazionale”. Se davvero così fosse, basterebbe pronunciare la frase che suscita l’anatema do ogni liberista: “statalizzazione della rete”.
Ad ogni modo sarò blasfemo, ma non giudico il problema dirimente. Dirimente è secondo me l’analisi generale di un paese fatto a pezzi da coraggiosi capitani di industria che oggi, nonostante i ripetuti fallimenti, si ritrovano comunque più ricchi di trent’anni fa (http://temi.repubblica.it/micromega-online/super-manager-questi-costano-come-i-partiti/), smembrando società, trasferendole all’estero (dove governi compiacenti li sovvenzionano; non raccontiamoci la solita menzogna del minore costo della manodopera), sedendo contemporaneamente in quattro o cinque consigli di amministrazione. Intanto attorno a loro (e spesso per causa loro) molti perdono il lavoro; e coloro che sono così bravi o fortunati da mantenerlo, sempre più spesso sono costretti a lavorare di più e a guadagnare di meno.
Ma si sa: in Italia non si investe per colpa dell’articolo 18 e di sindacati come la FIOM. E’ questo il motivo per cui AirFrance non ha comprato Alitalia nel 2008, giusto?
E due più due fa tre, quattro e cinque allo stesso tempo… (cit.)