Game of Toti

Un altro Giro si è chiuso e, a differenza di quello di 12 mesi fa, il trionfo non è dell’uomo solo al comando, ma di chi lo insegue. Fabio Aru è sulla ribalta sportiva e ciclistica quanto – se non più – di Alberto Contador. Un po’ come i due Matteo, Salvini e Renzi.

Facciamo come in Game of Thrones/Il Trono di spade. Breve riassunto delle puntate precedenti.

01018

Alle Elezioni Europee 2014 il Partito Democratico raccoglie oltre il 40% dei consensi e il premier Matteo Renzi – amato dalle italiche folle come un Renly Baratheon eterosessuale (e quindi non inviso a Santa Romana Chiesa) – non perde occasione per usare queste cifre come implicita legittimazione del suo Governo che (ricordiamolo) per la prima volta nella storia Repubblicana ha sostituito il precedente senza alcun passaggio parlamentare preventivo. Si è trattato in effetti di una resa dei conti interna al partito di maggioranza che sosteneva l’esecutivo Letta, esautorato con la complicità del Presidente della Repubblica. Un po’ come se Robb Stark fosse stato pugnalato al cuore da uno dei suoi più fedeli vassalli, con la complicità di un anziano uomo di potere solo in apparenza rimbambito. Ecco, appunto.

Veniamo ai giorni nostri e alle elezioni regionali. Il PD conquista 5 regioni su 7, si conferma in Puglia (non era oggettivamente complicato, con gli avversari impegnati a giocare a un milanesissimo ciapanò) e strappa la Campania per un’incollatura. Contestualmente però i Democratici (chi?) perdono la Liguria (amministrata ininterrottamente da qualche lustro), vengono sotterrati in Veneto (nonostante l’incauto ottimismo della candidata Moretti, che invece è stata doppiata dalla controparte Leghista Zaia) e rischiano in Umbria, uno dei loro feudi storici. Un po’ come se Robb Stark fosse andato a conquistare le terre del sud e nel frattempo gli avessero strappato Grande Inverno da sotto il naso. Ecco, appunto.

Si diceva la Liguria. Qui è accaduta la cosa più singolare e interessante, almeno da un punto di vista politico e dialettico. Il toscano Enrico Toti è il nuovo governatore, dopo aver nettamente battuto la candidata PD Raffaella Paita. Una candidata discussa, “legata a doppio filo – perfino famigliare! – con questo intreccio affaristico-politico, e di rapidissima conversione renziana dopo essere stata fedele bersaniana per anni” (cit. da Alessandro Gilioli). Una candidata che, dopo la sconfitta, non ha trovato di meglio che accusare la “cinica operazione di Civati (cit. sempre da Alessandro Gilioli), che l’avrebbe portata al fallimento elettorale. Lo stesso Orfini, attuale presidente del Protozoo Democratico, ha addossato la responsabilità della sconfitta ai sinistroidi reducisti che avversano il cambiamento (parafrasi assolutamente mia che rende tuttavia bene il senso del discorso), le cui scelte in sede elettorale risultano assolutamente incomprensibili ai vertici piddini. Ed ecco il punto; e, se vogliamo, la vera causa della débacle ligure: l’incapacità dei dirigenti di un partito di tollerare il dissenso (interno o esterno, costruttivo o distruttivo che sia), di mettere in discussione le proprie scelte o quelle del Capo supremo, e quindi di conseguenza di comprendere la bontà o meno di un candidato. Un candidato che potrà pure essere stato eletto dalle primarie (mai come stavolta – urge ricordarlo – caotiche, pasticciate e foriere di dubbi sulla regolarità del loro svolgimento), ma che non per questo ha la garanzia di fare il pieno di consensi. Anche perché, al netto dell’opposizione civatiana, in cabina elettorale “Dio ti vede, Civati no!” (semicit.). Ogni elettore siede perciò sul suo personalissimo Trono di Spade, dal quale esercita la piena potestà sulle proprie scelte. Così fu – in un senso – per i Pisapia, i De Magistris e gli Zedda. Così è stato – in senso opposto – per le Paita e le Moretti. Non capire punti in comune e differenze tra le due situazioni è sinonimo di miopia autolesiva e somiglia tanto alle scene di certe comiche mute, in cui l’attore suscita il riso autoinfliggendosi dolore con atti di inusitata goffaggine. Qui poi arriva il secondo peccato originale piddino (che in realtà è prima ancora italiano e di genesi addirittura consustanziale all’essere umano): l’abitudine di incolpare gli altri dei propri insuccessi per congenita ritrosia ad assumersi le proprie responsabilità. (continua dopo la foto)

dio-ti-vede-stalin-no-223x300

Manifesto elettorale della Democrazia Cristiana

E allora bene così: lunga vita a Toti Baratheon, primo del suo nome, e onta suprema su Civati e i suoi accoliti che, invece del buon sapore della focaccia ligure, preferiscono ancora il gusto acre della carne dei bambini.

Annunci