The walking deads

Questo blog ormai è uno zombie. Come la democrazia italiana.
Il silenzio di questi mesi è dovuto in parte anche all’incredibile sardana di avvenimenti che si sono succeduti sulla scena politica, congelata in un immobilismo apparente.
O meglio: mobilitata al fine di ottenere un congelamento permanente.

Ieri (e oggi), l’epilogo. La certificazione ultima – come dice Alessandro Gilioli – dell’assoluta inutilità del Parlamento italiano, “accuratamente tenuto fuori da questa crisi”. Per carità, che non contasse più nulla era chiaro da anni e dalla reiterazione spasmodica dei decreti legge governativi. Che però un primo ministro salisse al Quirinale a presentare le dimissioni senza che prima ci sia stato alcun passaggio parlamentare – senza una sfiducia esplicita o implicita – è cosa più unica che rara. Inedita. Inaudita. E rende ancora più inquietante e terribile la prospettiva di una riforma costituzionale per “garantire la governabilità“. Ovvero, com’è ormai acclarato, per relegare l’assemblea di Montecitorio (a Palazzo Madama probabilmente stanno già progettando un bel parcheggio multipiano) a mero organo decorativo, al quale demandare al massimo la pura ratificazione di quanto deciso dal Consiglio dei Ministri. Come detto, nella sostanza era già così; presto lo sarà anche nella forma. A quel punto nessuno – dal M5S alla società civile ai pochi giornalisti con la “schiena dritta” – potrà più lamentarsene.
Più che governabilità, a me questo sembra autoritarismo oligarchico.

Le pedine si stavano già disponendo da mesi. Ricapitolando disordinatamente:

  • Renzi diventa segretario del PD, iniziando così la trasformazione dell’ultimo vero “partito” (con tutti i pregi e i difetti che questo comporta) in un oggetto (e non soggetto) personalistico, proprio come le altre grandi forze politiche italiane (FI e M5S).
  • L’incontro tra Renzi e Berlusconi sancisce un nuovo patto Ribbentropp-Molotov, che presumibilmente finirà allo stesso modo, nel 2018 o prima – se l’Egoarcore non venisse accontentato nelle sue richieste (Letta senior al Quirinale, dicono alcuni, più l’ovvia immunità per sé stesso).
  • Riottenuta l’agibilità politica de facto, il buon pastore Silvio riporta all’ovile la pecora Casini, ricucendo così lo strappo con le gerarchie ecclestiache e il Vaticano. (A proposito, qualcuno ha notizie di provvedimenti contro IOR et similia presi dal nuovo testimonial del brand in questione? No? A quanto pare passare da Benedetto 16.0 a Francesco 1.0 non è servito a molto…). No stupiamoci nel vederlo (Berlusconi, non il papa) al Quirinale oggi, lui che è stato condannato in via definitiva ed estromesso dal Parlamento. Renzi gli ha dato dignità di unico leader del Centro destra, nonostante tutto; e la coppia Grillo&Casaleggio ha creato il precedente.
  • Confindustria e i cosiddetti “poteri forti” si riallineano, con Squinzi che si accorge improvvisamente di ciò che invece era palese da mesi, e cioè l’assoluta inoperosità del governo Letta, scaricato malamente nell‘intervista a Radio24 di una settimana fa.
  • Scelta civica e il suo ex leader Monti che si dicono favorevoli a un governo presieduto dal nuovo segretario del PD, figlio putativo ed epigono della mentalità rampante da Thatcherismo di ritorno. (Scelta civica è forse l’emblema dell’intera faccenda: una forza politica praticamente inesistente in Parlamento e nelle intenzioni di voto dell’elettorato italiano che però è l’espressione più pura dei capitani d’industria.)

Insomma un consolidamento progressivo, teso unicamente all’autoperpetuazione.

Quindi? Viva Grillo, viva il MoVimento 5 stelle, uniche vittime della nefasta situazione?
Non sono mai stato tenero con loro, per le troppe criticità che si portano appresso. Ebbene, non lo sarò nemmeno stavolta. Perché – forse lo si dimentica – poco più di un anno fa costoro hanno avuto la ghiottissima e irripetivile occasione di cambiare davvero questo paese (ve lo ricordate Bersani?); e l’hanno gettata al vento. Se per cocciutaggine, integralismo, pavidità, o convenienza, onestamente lo ignoro. Forse però (e non lo dico col senno di poi: avevo previsto in tempi non sospetti che saremmo arrivati a questo punto) valeva la pena provarci in modo più concreto, rispetto all’occupazione dei banchi del Parlamento o alla continua bagarre con la Boldrini.
Perché lo zombie in cui viviamo, è colpa di tutti noi. Siamo tutti stati contagiati dal virus Solanum. E, bontà divina, non esiste una cura.

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Stazionamento a cinque stelle

il-volantino-della-manifestazione

Il discorso genovese di Beppe Grillo è ormai vecchio di due settimane, eppure alcuni degli eventi recenti lo hanno fatto riaffiorare prepotentemente. Da lì parte una riflessione che conduce dritta dritta agli odierni “forconi“.

Martedì scorso a Roma alcuni deputati del MoVimento 5 Stelle sono usciti dal Parlamento per parlare con la folla tumultuante in protesta: i cosìddetti “forconi”. La reazione della gente comune alla loro presenza è stata, in estrema sintesi: “Non avete appoggiato la nostra battaglia perché siete diventati Casta anche voi”.
Due settimane fa a Genova, per l’appunto, Beppe Grillo ha ripetuto – niente più, niente meno – il programma con cui il suo partito (perché tale è, al netto delle denominazioni) si era presentato alle elezioni.
Una parte di chi ha assistito all’intera manifestazione racconta di molti interventi nuovi, precisi e ben argomentati. Confesso la mia mancanza: non ho retto oltre il discorso del Leader. Che però, in fondo, è quello che davvero conta, in un agglomerato assai poco libero e flessibile, con un simbolo che è a tutti gli effetti un marchio registrato di proprietà del Leader stesso.
Un leader che ha parlato come se nei dieci mesi appena trascorsi nulla fosse successo. Come se, da febbraio in poi, nessuno gli avesse offerto una collaborazione di Governo (ve lo ricordate Bersani?). Come se, ancora oggi, nessuno degli aderenti al suo MoVimento sedesse tra i banchi del Parlamento.
Da uomo intelligente e da esperto comunicatore qual è, Grillo sa che la sopravvivenza politica dei pentastellati è legata – per scelta soprattutto sua – alla distinzione netta e imprescindibile con la classe politica che ha governato l’Italia negli ultimi anni. Occorre dunque cancellare ogni minima possibile sovrapposizione, pena il sentirsi apostrofare come “Casta” e perdere una bella fetta di voti. Specialmente ora, con il reboot di buona parte delle forze parlamentari in chiave antisistemica (e non antipolitica, che è una cosa ben diversa), il recupero di vecchi format nati proprio con questa ratio (Forza Italia e la Lega 3.0) e la nascita di nuove figure mitologiche, ammantate di una verginità tanto effimera quanto efficace (il PD).

Il risultato di questo quadro è caos totale; e l’impressione generale che tutti, dai pentastellati ai Berluscones, dai pidd(emocrist)i(a)ni ai legaioli, siano completamente incapaci di guidare il Paese, troppo attenti a “prendere voti”, senza tuttavia chiarire cosa intendano poi farci, con tutto il consenso guadagnato.

I cittadini in tutto questo non hanno altra scelta che protestare, nella convinzione crescente che nessuno li rappresenti e che nessuno faccia i loro interessi. Come sosteneva Grillo tempo addietro, il MoVimento 5 stelle è stato essenziale nell’intercettare il malcontento crescente e incanalarlo verso binari di legalità e partecipazione sociale positiva e attiva. Ormai però le carte sono scoperte. La favola non regge più.
Il risultato (non definitivo) è quindi quello odierno: una mobilitazione disorganica, che colpisce altri cittadini anziché le istituzioni (meglio presidiare il Parlamento o occuparlo, che bloccare un’autostrada, no?) e che genera una sorta di astio fratricida, una “guerra tra poveri”, a tutto vantaggio dei veri responsabili, intoccati e intoccabili nei loro alti castelli (cit.) e nei palazzi di vetro. Manca persino la necessaria chiarezza di pensiero; i concetti di fondo della protesta (vedere il volantino allegato) sono un maldestro tentativo di sintesi fra vari temi sensibili e problematici, senza però la benché minima profondità cognitiva; un guazzabuglio di capisaldi pentastellati con un pizzico di Nuovismo renziano e manciate di Lega e berlusconismo q.b. Insomma il degno risultato della propaganda semplicistica e minimizzatrice (esempio più fulgido: l’auspicato referendum sull’Euro, che nella realtà dei fatti ci precipiterebbe in una bancarotta peggiore di quella greca).
Anche per questo, purtroppo, i “forconi” dureranno poco. La migliore strategia è l’indifferenza. Già gli organi di stampa ne parlano molto meno. Il Natale si avvicina. Tempo un paio di settimane e nessuno quasi se ne ricorderà più. Resterà solo la disperazione degli emarginati in un paese che, al netto delle dichiarazioni pararivoluzionarie, corre davvero il rischio di non riuscire a cambiare mai (se non in peggio).
Senza voler gettare la croce addosso a qualcuno in particolare (o più che ad altri), credo che lo stazionamento a cinque stelle sia l’epifenomeno più rappresentativo del rischio che corriamo.

Madiba

Ora che è morto, Nelson Mandela diventerà un feticcio ancora più di quanto già non fosse in questi ultimi anni di vita, complice anche il suo eclissamento dalla vita pubblica e un’ottima pellicola firmata (e filmata) da Eastwood.

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Foto tratta da “La Repubblica”
(http://www.repubblica.it/esteri/2013/12/06/foto/nelson_mandela_icona_del_sudafrica_le_immagini-72812543/1/?ref=HREA-1#20)

Un grand’uomo. Un pacificatore. Un donatore di libertà (vera; non come i sedicenti di casa nostra). Ma anche un guerrillero; un rivoluzionario nel senso più antico e autentico, pronto a impugnare le armi per la causa in cui credeva. E’ proprio questa parte della sua vita che è già stata completamente dimenticata, cancellata. Remota nel tempo, per carità, eppure estremamente incidente sulla personalità di Madiba, padre amorevole verso il suo popolo, presidente geniale nel comprendere le esigenze del suo paese e nel mantenerlo unito, ma anche politico inflessibile nella difficile trattativa con Frederik Willem de Klerk per l’abolizione dell’apartheid.

Ecco, per una volta mi piacerebbe ascoltare, vedere e leggere meno agiografia. O per lo meno non aspettare 40 anni – come nel caso di John F. Kennedy – per scorgere l’uomo (e che uomo!) dietro al feticcio.

Decadentismo

Racconto fantascientifico anziché no (indegnissimamente ispirato a Philip K. Dick)

Copertina_di_Le_tre_stimmate_di_palmer-eldritchIl vecchio Leader guardò la sua immagine triste, gonfia e cadente riflessa nello specchio. Lo spesso strato di cerone si stava sciogliendo sotto la luce artificiale del tungsteno rovente.
– Ancora una volta… – mormorò.
Alle sue spalle udì un fruscio. Il fedele Famiglio lo aveva seguito sin dentro al camper, parcheggiato al lato della piazza in cui il Leader aveva appena tenuto il suo ultimo comizio.
– Che farete ora, padrone? – chiese preoccupato l’umile servitore.
– Mi toccherà espatriare. Come l’ultima volta. – rispose il Leader.
Il Famiglio parve non comprendere. Aggrottò le sopracciglia con aria dubbiosa. Poi capì. – Ah, intendete con l’altro corpo –
Il Leader annuì, svuotato. Non aveva neppure la forza di rispondere. Si sentiva stanco, sfibrato. Quando aveva abbandonato il vecchio involucro consunto dalla malattia e dal caldo africano, non aveva avuto molta scelta. S’era dovuto adattare ad un nuovo contenitore già ad uno stadio avanzato dell’evoluzione. Aveva provato in tutti i modi a mantenerlo immutato, tirando la pelle inflaccidita, cospargendosi il capo di peli bitumosi. Aveva ritardato gli effetti dell’invecchiamento, ma non era servito. Ancora una volta, la Legge era giunta prima dell’usura.
– Stavolta dove andrete, mio padrone? – chiese il Famiglio – Non tornerete in Tunisia, voglio sperare! –
– Macché! – esclamò il Leader. Non fu in grado di dire altro. Si lasciò cadere pesantemente nella poltrona e accese la televisione.
Il volto spigoloso e occhialuto del Premier apparve immediatamente. Sotto al cranio lucido e rotondo, si allargava un’espressione di serafico e immoto compiacimento. Al suo fianco, il Presidente di Petrolandia illustrava soddisfatto i termini dei nuovi accordi commerciali appena stipulati.
Il Leader strinse il bracciolo in un impeto di furia. Il Presidente di Petrolandia era sempre stato uno dei suoi amici più affezionati, mentre ora socializzava con il suo peggior nemico. D’altro canto non c’era da stupirsi. Anche lui lo aveva fatto, e per ben dieci anni, quando entrambi avevano sembianze diverse da quelle attuali.
– Non capisco perché scelga sempre dei corpi così banali e insignificanti – osservò il Famiglio, indicando la figura sullo schermo – E perché non faccia nulla per renderli più appetibili. Certo, almeno questo non ha la gobba e le orecchie a sventola… –
– Almeno i suoi sono più longevi – ammise il Leader a malincuore. Non era comunque quello il nocciolo della questione. La Legge aveva provato a ghermire anche il suo avversario, quando ancora occupava il vecchio involucro; ma aveva fallito. O lui era stato bravo a non farsi catturare.
Il Famiglio si avvicinò all’apparecchio e premette il pulsante di spegnimento. – Preparo i bagagli per Alpha Centrauri, padrone? –
Il Leader scosse il capo. – Non è il momento di tornare a casa. La guerra non è perduta. Ho già in serbo una sorpresa per lui. – Osservò lo schermo nero con un ghigno, involontariamente accentuato dal labbro molle e cadente. – Il mio nuovo involucro è quasi pronto. L’ho posizionato dove lui nemmeno se lo aspetta. Eleveremo a vette più alte il concetto di “serpe in seno”. Vedrai, stavolta non fallirò. – Rise. – Non con quel meraviglioso accento toscano! –

Nota: ogni riferimento a fatti, persone o cose realmente esistenti e/o accadute (negli ultimi giorni oppure no) è puramente casuale (…). Qualora qualche fatto, persona o cosa ci si riconoscesse, o riconoscesse un fatto persona o cosa di sua conoscenza, si ribadisce che ogni riferimento è puramente casuale (…). Si ribadisce anche che la tastiera non funziona e inserisce puntini di sospensione a caso. La foto allegata, per quanto estremamente evocativa (o forse ognuno vede nelle immagini ciò che la mente conosce meglio), è tratta dalla REALE copertina di un volume di Philip K. Dick, ovvero Le tre stimmate di Palmer Eldricht (bello, lo si consiglia), come certifica il link http://www.futureshock-online.info/pubblicati/fsk35/html/chiappetti.htm.

Piove, Governo ladro

La pioggia cade battente; e ogni volta ormai sono disastri.

Un uomo cammina in una strada allagata a Siliqua, in Sardegna, il 18 novembre.
(ANGELO CUCCA / AFP / Getty Images)

La Sardegna è solo l’ultimo esempio. Nel 2011 era stata la Liguria. L’anno prima il Veneto. E via così a ritroso nel tempo.

I fenomeni meteorologici sono diventati violenti, a causa del cambiamento climatico che in troppi – mossi da interessi non sempre limpidi – si ostinano a negare. All’origine di tutto non c’è la natura crudele e cattiva che spesso viene dipinta dai telegiornali, bensì l’uomo. L’uomo è infatti alla base del cambiamento climatico; e sempre l’uomo è colpevole degli effetti devastanti dei fenomeni atmosferici, che potrebbero essere contenuti e mitigati usando accortezza e saggezza maggiori.

Pian piano – finalmente! – qualcuno inizia a rendersene conto. Le coscienze si destano, ma sono ancora in una fase di pigro stiracchiamento. Per lo meno si è giunti ad ammettere che all’origine del problema ci sono le scelte dell’uomo in politica edilizia e ambientale. Il tiro però rimane un po’ sbilenco. Le responsabilità degli amministratori locali sono evidenti (come dice Cecchi Paone), ma i condoni edilizi (vero, on. Comi?) sono decisioni del Governo nazionale, non locale. Pure ammettendo ciò, è davvero la gestione “pubblica” l’unico problema? In Italia criticare lo Stato e le amministrazioni regionali e comunali è da decenni uno sport nazionale (che se fosse olimpico sarebbero oro, argento e bronzo assicurati da Rio de Janeiro fino al 2128), soprattutto in un periodo come quello in cui viviamo, dove la macchina statale è vista come un onere inutile, quand’anche non dannoso, che soffoca il povero cittadino (basterebbe andare in Scandinavia per accorgersi di quanto ci sbagliamo). Non possono tuttavia essere taciute e obnubilate le responsabilità dei privati, di chi commette abusi edilizi, dei costruttori che hanno chiesto e ottenuto (magari oliando gli ingranaggi della burocrazia) il permesso di costruire ai lati di un fiume, su una costa a picco sul mare, sulle pendici di una collina. La colpa è assolutamente in concorso.

Ciò che poi annichilisce e fa specie, è l’ipocrisia dei visi che piangono, mentre le mani brigano per vendere ampie porzioni del demanio pubblico (spiagge in primis) ai privati, ansiosi di edificare qualche new town. O ci siamo dimenticati di chi rideva la notte del terremoto a L’Aquila?

Più che scisma, cataplasma

Alla fine è successo. Se ne parlava da un paio di settimane ormai, anche se pochi avevano prospettato un simile scenario. Anche Makkox, da sempre arguto, aveva raccontato così la prevista resa dei conti di sabato scorso:

E invece…
Angelino Alfano e i cosiddetti “governisti” del PDL hanno stupito un po’ tutti, consumando lo strappo e non aderendo alla neorinata (praticamente uno zombie) Forza Italia.
Uno scisma degno del Patriarca di Costantinopoli nel 1054 (Eh? Qui).

Però…
Alcune delle cose dichiarate dal leader del “Nuovo centrodestra” (a proposito: complimenti per la fantasia) lasciano perplessi.
Innanzitutto le motivazioni della rottura. “Non potevamo restare ostaggio degli estremisti“, ha tuonato Alfano. Intendendo con ciò – si immagina – i noti falchi del Pdl: Biancofiore, Bondi, Brunetta, Capezzone, Santanchè, Verdini; ai quali aggiungerei Mussolini e Gelmini, come quote rosa per pareggiare i rappresentanti dei due sessi… Sì, beh, avete capito, no?
Viene da domandarsi dove il buon Angelino abbia vissuto fino ad oggi e quale partito abbia frequentato, visto che i suddetti falchi hanno sostenuto per anni le stesse e identiche cose che blaterano ora.
Si è quasi tentati di dar credito alla sempre più esoftalmica Carfagna, quando sostiene che l’intenzione degli scissionisti sia la mera conservazione della poltrona. In effetti l’idea non è peregrina. Al di là della carica ministeriale, Alfano si è probabilmente reso conto che all’interno del partito – vecchio o nuovo che sia – qualcuno era sul punto di scalzarlo dal ruolo di “delfino“. Lontano dalle logiche governiste, svincolato da ogni tentazione equilibrista, nell’ultimo mese Raffaele Fitto ha scalato posizioni, avvicinandosi al capo col più classico degli espedienti: assecondarlo su ciò che gli sta più a cuore.

Ognun per sé, dunque?
Non proprio, no. Tra le dichiarazioni di Alfano, la più significativa è senz’altro quella in cui dichiara che il suo partito continuerà a fare le stesse battaglie di prima, cominciando dal non votare la decadenza di Berlusconi da senatore. Perché – provo a interpretare il pensiero del Ministro dell’interno – Berlusconi è un perseguitato politico. Proprio come sostengono i falchi del PDL, adesso Forza Italia.
In pratica, il “Nuovo centrodestra” sarà uguale al vecchio: garantirà gli interessi di Berlusconi, lasciando però che quest’ultimo faccia il leader dell’opposizione (anche se in effetti tutti già lo consideravano tale). Cosa che, stante l’attuale governo, gli porterà presumibilmente un mucchio di voti alle prossime (secondo me imminenti) elezioni.

Cosa accadrà a quel punto, è difficile dirlo. Forse Alfano&Co. saranno confluiti nel nuovo Grande Centro di Casini (o nel nuovo Grande Casino dei Centri); forse torneranno all’ovile seguendo la parabola del figliol prodigo. Comunque vada, mi piace ricordarli così:

Ops… Errore mio.

Too big to fail?

Anna Maria Cancellieri speech at Chamber of DeputiesIl Presidente del Consiglio Enrico Letta dice che sfiduciare il Ministro della Giustizia equivale a sfiduciare il Governo intero; e che l’eventuale destituzione di Anna Maria Cancellieri equivarrebbe ad esautorare tutto l’esecutivo, il quale è oggetto – a parer suo – di una aggressione politica.

Insomma, la consueta dichiarazione a metà tra integralismo e supercazzola, farcita di iperboli minatorie tese unicamente a semplificare i concetti e a radicalizzare le posizioni, ad incutere il terrore di un eventuale cambiamento e a cristallizzare la situazione.

L’espressione “aggressione politica” è poi degna di un trattato di neolingua. Non ha alcun significato concreto, ma è efficace nel calare un termine violento e negativo, anche per i suoi connotati estremamente “fisici” (aggressione), ad un contesto (quello politico) che è naturalmente territorio di scontri dialettici e confronti di opinione spesso molto duri e accesi.

La confutazione del discorso è piuttosto semplice.

  1. Ogni ministro è responsabile del proprio operato indipendentemente dall’azione globale e generale del Governo, soprattutto quando le sue decisioni non siano strettamente collegate ad essa.
  2. Secondo la Costituzione italiana, il Parlamento è sovrano. Esso ha quindi il diritto di decidere sul singolo ministro (come accadrà oggi) senza che l’eventuale sfiducia si ripercuota sull’intero Governo (che pure la meriterebbe).
  3. Che un Ministro della Repubblica italiana sia chiamato a rendere conto del proprio operato nell’esercizio delle sue funzioni pubbliche (indipendentemente dal fatto che abbia commesso o meno un reato), non è aggressione politica. E’ democrazia.

Ammesso pure che sia prerogativa del primus inter pares difendere i suoi pares, la presa di posizione di Letta – così al di fuori del buon senso – ci dice in realtà molte cose.

Al di là della propaganda ad uso e consumo mediatico, la sua è innanzitutto una chiamata all’ordine per il proprio partito, agitato negli ultimi giorni dalle dichiarazioni dei candidati alla Segreteria in cerca di consenso mediatico (compreso il buon Civati, che stimo assai ma che stavolta ha sbagliato tempistica e motivazione). Il Presidente del Consiglio teme, forse a torto, che in Parlamento possano prevalere le logiche pre elettorali, a danno della tenuta del Governo.
Perché però tanta attenzione? Perché tanta dedizione non si è riscontrata, per esempio, nel caso di Josefa Idem? Lì c’era un reato, è vero, ma è indubbio che il peso politico (da qui il titolo) delle due ministre sia differente.
Annamaria Cancellieri è too big to fail; è un ministro “blindato” perché – si vocifera – sia di nomina direttamente presidenziale (inteso per Presidenza della Repubblica). Il suo allontanamento potrebbe quindi mettere a rischio l’architettura dell’intero esecutivo costruito ad arte da Re Giorgio. Eppure, se il punto fosse la stabilità del Governo, la soluzione sarebbe semplice. Basterebbe infatti nominare un ministro di identico profilo (richiamare Paola Severino, ad esempio). Anche il rischio della mancata tenuta in Parlamento è in realtà inesistente. Cancellieri è teoricamente in quota Lista Civica, un partito senza più un leader e i cui membri paiono di recente troppo occupati a trovare una nuova collocazione per far saltare il banco. Togliere la fiducia al Governo non converrebbe a nessuno di loro in questo particolare frangente e verosimilmente nemmeno nel prossimo futuro.

Forse Letta sta esplicitando qualcos’altro, che in fondo era già evidente: il ministro della Giustizia ha agito in modo esattamente coerente con il resto dell’esecutivo e con colui che lo dirige. Ciò significa che, in circostanze analoghe, ognuno dei ministri avrebbe fatto altrettanto (e magari lo ha fatto, senza che si sia venuto a sapere). Tutti a difesa del patto di mutuale soccorso e di suddivisione degli interessi stipilato decenni orsono tra una certa classe politica e una certa classe imprenditoriale, di cui Annamaria Cancellieri e Giulia Ligresti sono solo gli ultimi epigoni. Il Ministro della Giustizia deve essere protetto, perché devono essere protette le dinamiche sottese al suo agire. Deve essere protetto il patto. In nessun caso e in nessun modo deve filtrare il messaggio che vi sia qualcosa di sbagliato in esso.
Che la stabilità da difendere a tutti i costi vada in realtà intesa come mantenimento e salvaguardia di questo accordo? “A pensar male si fa peccato; ma spesso ci si azzecca…”, diceva qualcuno. Il nostro Primo ministro non lo avrà di certo dimenticato.