L’Insostenibile leggerezza d’ANS(I)A

Quando ormai il mondo dava questo blog per disperso (chi?), eccone una parziale e sporadica rinascita. E quale miglior coincidenza può esserci, se non ripartire in concomitanza (quasi) e in riferimento (stretto) al solenne ed elegante qualcosa che ricorre il 25 aprile? Nessuna, infatti. E allora vamos!

Notizia ANSA di oggi:

Articolo ANSA [http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2015/04/16/25-aprile-anniversario-della-liberazione-alla-camera-partigiani-per-la-prima-volta-in-aula-_de18b47e-7fb7-4583-a35b-507e0259f8ba.html] - URL consultato il 16/04/2015

Articolo ANSA [http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2015/04/16/25-aprile-anniversario-della-liberazione-alla-camera-partigiani-per-la-prima-volta-in-aula-_de18b47e-7fb7-4583-a35b-507e0259f8ba.html] – URL consultato il 16/04/2015

Per dirla con le parole (su Facebook) dello storico e studioso Massimo Storchi:

“PARTIGIANI PER LA PRIMA VOLTA IN AULA? PERCHE’ DOSSETTI, MARCONI, ZACCAGNINI, TINA ANSELMI? BOLDRINI? LONGO? Chi erano? Telegrafisti? Idraulici?”

Ciò dimostra oltretutto che l’unico archetipo del “partigiano” a popolare ormai l’immaginario pubblico (e in primis quello giornalistico) è quello del vecchietto un po’ nostalgico, a volte magari burbero, eppure in fondo assai simpatico. Quasi come quel parente – non tanto il nonno, a cui generalmente si è portati a tributare un grande e sincero affetto, quanto più un prozio – che si va a visitare un paio di volte all’anno e al quale si dà retta per un paio d’ore, in parte perché è una persona gradevole (“una sagoma”, verrebbe da dire) e in parte per aggiustare la coscienza e sentirci delle persone migliori, buone e magnanime, dotati di sensibilità nei confronti dei “poveri anziani”.

D’altra parte questo Paese non tratta esattamente così la Resistenza tutta?

Madiba

Ora che è morto, Nelson Mandela diventerà un feticcio ancora più di quanto già non fosse in questi ultimi anni di vita, complice anche il suo eclissamento dalla vita pubblica e un’ottima pellicola firmata (e filmata) da Eastwood.

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Foto tratta da “La Repubblica”
(http://www.repubblica.it/esteri/2013/12/06/foto/nelson_mandela_icona_del_sudafrica_le_immagini-72812543/1/?ref=HREA-1#20)

Un grand’uomo. Un pacificatore. Un donatore di libertà (vera; non come i sedicenti di casa nostra). Ma anche un guerrillero; un rivoluzionario nel senso più antico e autentico, pronto a impugnare le armi per la causa in cui credeva. E’ proprio questa parte della sua vita che è già stata completamente dimenticata, cancellata. Remota nel tempo, per carità, eppure estremamente incidente sulla personalità di Madiba, padre amorevole verso il suo popolo, presidente geniale nel comprendere le esigenze del suo paese e nel mantenerlo unito, ma anche politico inflessibile nella difficile trattativa con Frederik Willem de Klerk per l’abolizione dell’apartheid.

Ecco, per una volta mi piacerebbe ascoltare, vedere e leggere meno agiografia. O per lo meno non aspettare 40 anni – come nel caso di John F. Kennedy – per scorgere l’uomo (e che uomo!) dietro al feticcio.

Doppio “meno” non fa “più”

Nell’immagine: Antonello Silverini, “Gli storici del negazionismo”, 2012 llustrazione per “La Lettura – Corriere della Sera”

Il 16 ottobre 1943 i nazisti, che avevano da circa un mese invaso l’Italia e occupato la “città aperta” di Roma, entrarono nel ghetto della capitale e rastrellarono più di mille ebrei, deportandoli poi in Germania.
Il 16 ottobre 2013, a margine delle manifestazioni per il 70° anniversario di quell’evento, il presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano ha dichiarato: «Oggi è una grande giornata di coesione e di solidarietà tra tutte le fedi e le religioni. La proposta di legge per l’introduzione del reato di negazionismo è un merito del nostro Parlamento. E sono convinto che verrà presto completato l’iter di approvazione».

Tutto questo mentre si discuteva e litigava sulla salma di Erich Priebke, morto da circa una settimana. Una coincidenza? Si potrebbe dire che Dio non gioca a dadi con l’universo. Ma anche senza scomodare l’illustre Padre (o l’illustre Albert, che pronunciò per primo quella frase), è arduo credere che sia una semplice casualità. Soprattutto perché si tratta di una dichiarazione del nostro Presidente, che lascia ben poco al caso quando parla davanti a una platea pubblica (con o senza giornalisti).
L’equazione è giusta? Negazionismo=Priebke=Nazismo? In parte. A patto di considerare il Negazionismo come un fenomeno atto a negare una più vasta gamma di avvenimenti e non soltanto la Shoah. Il contesto in cui Napolitano ha rilasciato la suddetta dichiarazione, unito all’accezione generale (e originale) che ormai il termine (“Negazionismo”) ha ri-assunto, mi fa supporre che non sia esattamente così.

Lo so, lo so: troppe ipotesi, troppa dietrologia.
E’ utile tuttavia precisare un paio di questioni.
Gli ebrei vittime delle Fosse Ardaetine furono tra i 70 e gli 80, 75 secondo le valutazioni più accreditate. Gli altri 265 erano oppositori politici, partigiani, persino massoni. Priebke ha responsabilità nella Shoah? Certo. In quanto aderente al nazismo. Ma le sue azioni travalicano assai quel confine.
Perché il nazismo è stato anche, e nei fatti persino prima, un regime autoritario e illiberale, che intimidiva gli avversari e cancellava il dissenso. E’ così che ha preso il potere. E’ così che ha potuto, in seguito, fare le leggi razziali.
Oltre a molto altro.
Invasione. Prevaricazione. Cancellazione dei diritti elementari. Persecuzione del sessualmente diverso, del geograficamente estraneo (Rom e Sinti, Slavi). Nel Mein Kampf c’è molto più dell’odio per gli ebrei.
I crimini dei nazisti, non solo di Priebke, trascendono la Shoah. Negarli significa perciò negare molto più della Shoah.
Concentrarsi su un solo aspetto, per quanto possa essere valutato il più inumano e sconvolgente, significa ancora una volta analizzare solo una parte del problema, averne una visione incompleta, povera, semplicistica. In una parola: sbagliata.

Premesso ciò, entriamo nel merito della proposta di legge. E’ giusto che un’idea, per quanto perversa e fallace, rappresenti un reato? Nel ’52 in Italia ci furono alcuni timidi dissensi per l’introduzione del reato di “apologia del fascismo”, voluto dall’allora ministro dell’interno Mario Scelba. Col senno di poi potremmo dire che le obiezioni erano pertinenti, considerando che per anni abbiamo avuto un partito dichiaramente fascista in Parlamento (il Movimento sociale italiano) ed oggi abbiamo regalato a revisionisti e neo/criptofascisti di ogni età l’aura inviolabile delle “vittime” (di cui Pansa è il più brillante teorico).
Accadrà lo stesso col negazionismo? E’ probabile.
Eppure, anche qualora non avessimo l’esempio succitato, i dubbi permarrebbero. Creare un tabù non risolve il problema culturale che quel tabù può originare. Semmai è l’opposto. Lo si riveste di proibito, rendendolo accattivante. Lo si cancella dal dibattito, inibendo e impedendo ogni discussione seria su di esso. Lo si riduce al silenzio, dando ai suoi sostenitori lo status di perseguitati. Lo si ghettizza da un punto di vista sociale e culturale, esacerbando così rabbia e violenza di chi lo difende. Lo si radica e lo si estremizza, rendendolo impermeabile alla confutazione con il ragionamento.
In definitiva, un pessimo servizio.

Lo Stato e la società possono punire un pensiero come aggravante di un crimine, ma non far sì che il pensiero stesso sia il crimine.
Così facendo, abdicherebbero ai loro compiti, che sono di educare cittadini liberi e – soprattutto – consapevoli.
A tal proposito, inserisco qui due ottimi commenti letti ieri sul portale dell’ente culturale presso il quale lavoro.
Scrive annamaria: “una legge sancisce un reato, ma non risolve il problema che deve essere affrontato alla base: educazione alla memoria storica permanente!”
Risponde Anna: “Non solo: in un certo senso toglie dalle spalle dei cittadini la responsabilità delle decisioni che potranno essere prese in base alla legge, per affidarla alle istituzioni. Invece è necessario coinvolgere le persone comuni nei quartieri che abitiamo, per trarre da noi stessi il senso intimo della necessità di lottare contro il male compiuto da uomini e donne come noi.”
In estrema sintesi, “il modo per combattere le idee perniciose è attraverso altre idee” (motto del progetto Nizkor).

Ecco, io la penso esattamente così.

Salma mater

Riflessioni in piena surrealtà (aggiornato il 17/10/2013).

Erich Priebke è morto da quasi una settimana, ma ancora fa discutere. Se esiste davvero un aldilà, che sia finito sotto (facile), sopra (impossibile) o in mezzo (improbabile), a quest’ora si starà facendo delle grasse risate. E noi nemmeno ce ne rendiamo conto…

Makkox, in chiusura di puntata ieri (15/10/2013) a Gazebo.

Non entro nel merito degli scontri. Rimango però fermamente convinto che un singolo indivuduo o un gruppo di cittadini abbiano pieno diritto di opporsi alla decisioni delle autorità, manifestando il proprio dissenso nel modo che ritengono più giusto e commisurato (pacificamente quindi, ma anche no… Dipende dai casi); e che i soliti beceri nostalgici dovrebbero innanzitutto far pace col proprio intelletto trascurato.

Personalmente rivendico l’utilità di mantenere stretto riserbo sul luogo della sepoltura, affinché non diventi metà di pellegrinaggi devoti da parte dei neonazisti/neofascisti di casa nostra. Ma credo anche che in qualche luogo la salma dovrà pure essere posta, se non la si vuole cremare.
Il problema pare proprio questo: dove?

Pare che il figlio dell’ex capitano delle SS sia recentemente venuto in Italia a festeggiare i 100 anni del padre. Quando qualcuno muore in un paese straniero, generalmente vengono contattati i famigliari affinché prelevino – o facciano prelevare – il caro estinto. Non è dunque chiaro perché a Priebke Junior sia andato a genio celebrare il secolo di vita del paparino, ed ora invece non stia altrettando bene farsi carico della sua salma.
— Update 17/10/2013: a detta del legale, la famiglia ora rivuole la salma. Non si capisce perché con ritardo di quasi una settimana

La Germania gli ha dato i Natali. Al tempo dell’arresto in Argentina, anche Berlino aveva chiesto l’estradizione, ma a spuntarla fummo noi Italiani. E’ perciò comprensibile che a questo punto rifiutino di accoglierlo. Sie man es wollte, haben Sie von den Toten verwaltet (“Voi lo avete voluto, voi ve lo gestite da morto”, secondo Google translate). Sul modo di fare i conti con il proprio passato, i Tedeschi hanno molto da insegnarci. Anzi, tutto. Ritengo però che dietro la loro ritrosia vi sia in parte anche ciò che denuncia Heinrich Böll, in particolar modo in Opinioni di un clown (consigliatissimo). La Germania ha affrontato senza remore l’onta del proprio recente passato, ma il vero spirito di contrizione pare effettivamente esautoritosi verso la fine degli anni ’50, quando il benessere portato dal boom economico eterodiretto (da ingenti sovvenzioni statunitensi) ha rilasciato endorfine di massa e stemperato l’attenzione. Rimangono tuttora capaci di affontare i grandi temi e i grandi problemi creati dal nazismo, ma paiono andare in difficoltà quando quei temi e quei problemi risultano “vivi”, “attuali”. Finanziare progetti e iniziative sugli eccidi e le stragi del ’43-’45 (come ci ha recentemente offerto di fare il loro Ministero degli Esteri) è qualcosa che attiene al passato lontano e ad esso è per lo più relegato; il cadavere di un SS morto da meno di una settimana costituisce invece un legame troppo violento e – appunto – attuale con quel passato; lo riavvicina. E credo che faccia male al punto da far loro voltare la testa.

Gli Argentini lo hanno accolto e coccolato per oltre 40 anni, ma ora non lo vogliono più. Era un’Argentina diversa, che è ulteriormente cambiata (e ricambiata) nel corso del tempo. Se però il diritto alla proprietà vale ed è sacro (ahimé), non è comprensibile perché un uomo non possa essere seppellito accanto alla moglie, nel pezzo di terreno che ha acquistato con i propri risparmi. Se la sua natura di ex SS è una discriminante invalidante, allora doveva esserlo dal principio. O per lo meno diventarlo nel momento in cui si è palesata la sua vera identità (era il 1994, sono passato quasi 20 anni),

In tutto questo, noi facciamo la parte del leone. Lo abbiamo voluto per processarlo. Lo abbiamo condannato e poi assegnato agli arresti domiciliari a causa degli acciacchi dell’età avanzata. Gli abbiamo dato un lavoro socialmente utile e persino una badante (a carico dello Stato). Insomma, ce lo siamo tenuto senza balbettare o protestare poi troppo, eccezion fatta per i “soliti comunisti sfigati ed esagitati” (cit.). Possibile che ora, da morto, sia più scomodo di quando era in vita?

Nonostante in apparenza l’Italia vinca per distacco, c’è chi può ambire a batterci. La fuga di Priebke, come quella di tanti altri gerarchi o semplici ufficiali nazisti, fu possibile grazie a importanti aiuti esterni, che finanziarono e agevolarono l’Operazione ODESSSA. Tra essi, sembra vi fosse anche il Vaticano. Priebke venne battezzato con rito cattolico il 3 settembre del 1948, in piena fuga dall’Italia: la conversione al cattolicesimo era conditio sine qua non per ottenere il passaporto falso e ricevere l’appoggio della Chiesa nella strada verso il Sudamerica. La stessa Chiesa (pontefice diverso, d’accordo) che, giorni or sono, ha negato all’ex SS i funerali con rito cattolico. Equiparandolo così a Pergiorgio Welby (benvenuti nel Medioevo).

Un geniale Makkox, in chiusura di puntata oggi (16/10/2013) a Gazebo.

Il ginepraio, per quella che sta diventando la madre di tutte le salme, appare difficile da districare. Che poi, a ben vedere, la soluzione migliore potrebbe davvero essere la cremazione, che ho velatamente suggerito poco dopo l’incipit. Rilancia l’idea anche Efraim Zuroff (inconsapevolmente, immagino, perché dubito che legga il mio blog), direttore del Centro Simon Wiesenthal di Gerusalemme. Di certo sarebbe un interessante applicazione della legge del contrappasso.

« “Perch’io parti’ così giunte persone,
partito porto il mio cerebro, lasso!,
dal suo principio ch’è in questo troncone.
Così s’osserva in me lo contrapasso”. »
(Divina commedia, Inferno, XXVIII canto, vv. 139-142)

Il Capitano e il Male incarnato

Incollo alcuni stralci di una mail giuntami ieri sulla posta elettronica dell’istituto culturale presso il quale lavoro.

Oggi 11 ottobre 2013 è morto il capitano Erik Priebke –  mi ha detto un collega che più volte lo ha scortato – che amava ancora farsi chiamare così, con il suo vecchio grado e forse è normale considerando che dalla strage delle Fosse Ardeatine del 24 marzo 1944 sino al suo ultimo giorno di vita non ha mai proferito una parola di pentimento e nemmeno un’espressione di comprensione per le vittime o le loro famiglie.Non è mai cambiato, il tempo è passato ma lui è rimasto quel che era: un nazista.
[…]
E’ morto il capitano Erik Priebke. Con la sua morte però non si dica che si è chiusa una storia quella dei 335 trucidati, quella dei 9 mesi di occupazione, quella della fame e della miseria, quella della città aperta, quella del 16 ottobre 1943, quella dei fucilati, quella dei torturati, quella di Via Tasso, quella di Teresa Gullace…La Storia non si chiude gli uomini possono dimenticarla al prezzo però di riviverla.
[…]

Tutto pienamente condivisibile, ma mi preme precisare una cosa. Priebke può essere perdonato o meno: è materia che attiene all’animo di ciascuno di noi, e a Dio – per chi è credente. In nessun caso però egli deve assurgere al ruolo di “mostro” o di “male assoluto“, così come lo stesso non deve accadere per gli altri nazisti, né per il nazismo in generale. L’opera di disumanizzazione concorre solo a ripulire le coscienze, a inculcare in noi la convinzione che determinati avvenimenti sono stati del tutto eccezionali e per questo non accadranno mai più. Priebke era un mostro, si dice; ed Eichmann (poco più di un burocrate, in realtà), il male in tutta la sua banalità. Questa semplicità ci fa sentire bene, ci dà serenità. E’ una calda coperta che ci conforta nelle notti di inverno, quando fuori il gelo attanaglia le viscere e le tenebre avvolgono i contorni delle cose. Laggiù, lontano, ci sono i demoni, che non hanno nulla a che vedere con noi umani.

— Intermezzo satirico

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Erik Priebke Teschio Rosso in un’immagine d’archivio

— Fine intermezzo satirico

Priebke però era un uomo a tutti gli effetti; aveva una moglie, dei sogni, delle aspirazioni. Ed erano uomini anche coloro i quali hanno fatto nascere e crescere il nazismo; anche loro con sogni e aspirazioni non necessariamente di sterminio. Cosa li ha resi così spietati? Cosa ha fatto compiere loro determinate scelte? Sono domande necessarie, che tuttavia non possiamo porci se non considerando l’inevitabile “umanità” sia di un singolo capitano delle SS che del nazismo in tutto il suo complesso. Se invece eliminiamo ogni profondità sociale, storica, politica – in una parola: se eliminiamo la componente “umana” – noi rinunciamo a capire; o anche solo a considerare e a temere (la paura è un fortissimo stimolo intellettuale) che tutto possa succedere di nuovo.

Si ripete spesso che i tempi sono cambiati, eppure qualche mese fa il governo di ultradestra ungherese ha proposto il censimento dei cittadini ebrei.

In generale a me piace ricordare quello che sostiene Victor Serge in Memorie di un rivoluzionario, e cioè che ogni individuo in cuor suo è fondamentalmente “totalitario“. Lo possiamo constatare ogni giorno, guardando un telegiornale, parlando con famigliari, amici o colleghi, osservando il comportamento delle persone per strada o sui mezzi pubblici. Le cause che hanno scatenato determinati eventi permangono in ognuno di noi. E se dovessimo trovarci in situazioni particolari, possiamo davvero essere certi delle nostre reazioni? Se ci si chiedesse ad esempio la più insignificante delle complicità (come azionare una semplice leva, identica a quella che apriva i condotti da cui fluiva lo Zyklon B), sotto minaccia di imprigionamento o fucilazione, quale scelta faremmo? La più facile? La più difficile? Una via di mezzo?

La memoria da sola non è sufficiente. Non basta “ricordare che questo è stato” (cit.), se poi ci convinciamo che a compiere il “questo” siano stati dei “diversi”, degli “estranei”, dei “mostri”, dei “non umani”. La memoria sarebbe monca, perché priva di spirito critico e consapevolezza. La stessa consapevolezza che ci permetterebbe di scorgere nel nostro animo o in quello di chi ci sta vicino i nuovi prodromi della depravazione umana.

Grazie, grazielle e grazie alle lettere al direttore

(post lunghetto)

Nell’ultimo periodo si sente parlare spesso di “grazie”, quasi mai di “grazielle” e quotidianamente di “grazie al…”.

Contestualmente pare tornata in auge una vecchia consuetudine nostrana, ovvero il recupero morale e ideologico di personaggi discutibili della storia passata, al solo scopo di giustificare le azioni di quelli della storia presente attraverso una sapiente opera di mistificazione. Sapiente non perché ben documentata e fedele alla realtà dei fatti, ma perché reiterata con robotica precisione in ogni sede disponibile, preferibilmente televisiva o comunque mediatica.

Ricordate?

°______°

Da un paio di settimane a questa parte infatti, si è puntualmente tornati a parlare – come si fece allora – della vicenda politica di Bettino Craxi. Quasi sempre a sproposito.

Al tempo dell’editoriale di Minzolini scrissi una lettera che mai spedii (pentendomene) e che voglio qui riportare. Un bel ripasso, soprattutto ora, non può far male. A qualcuno più di altri.

Egregio Direttore,

a distanza di qualche ora dal Suo editoriale, dopo attenta e meditata riflessione, ho sentito forte l’impulso di venirle in aiuto, per correggere le imprecisioni in esso contenute, prima che i Suoi abituali detrattori, ispirati dalle consuete pulsioni nostalgiche per l’epoca di Ho Chi Mihn, L’accusino di essere ammaestrato da un fantomatico novello MinCulPop (come se l’antifascismo fosse ancora un valore!) o di perpetrare un torto alla storia mediante azzardati sillogismi, libere interpretazioni e omissioni, magari persino finalizzate (ai loro occhi neo-stalinisti e vetero-comunisti) alla costruzione di un quadro artefatto e parziale, quand’anche non partigiano.
Fin da ieri sera infatti ho potuto udire e respirare un certo ingiustificato malessere, esplicitato senza remore da chi definisce le Sue argomentazioni sature di revisionismo, ed il Suo ragionamento trasversale e trans-temporale, utilissimo ad avallare le tesi odierne di chi, all’apice del potere, tenta di sfuggire ad un destino che sempre più assume i connotati, per altro ad esso propri, dell’ineluttabilità. Ciò è inaccettabile!
Inoltre, siccome la deontologia giornalistica impone di presentare con la maggiore dovizia possibile l’intero spettro dei fatti e delle testimonianze e di fornire una narrazione quanto più completa ed esauriente delle vicende, ritengo sia mio preciso dovere civile, nonché atto di estrema stima e cortesia, coadiuvarla nella difficile opera di rettifica, affinché si possa dare la giusta dimensione non solo all’uomo e al politico Bettino Craxi, ma pure ad un periodo storico estremamente importante e, purtroppo, spesso accartocciato in un’ottica artatamente controversa.
Procedo dunque a fare una rapida esegesi: Vamos! (per dirla con le parole di Andrea Scanzi, giornalista e anticomunista che apprezzo grandemente)

  • “Una democrazia costosa, permise per cinquant’anni al nostro Paese di restare nel mondo libero: da un lato i partiti che governarono la prima repubblica con i loro pregi e difetti, dall’altro il più grande partito comunista occidentale, con i suoi rapporti con l’Urss. Con la caduta del muro di Berlino, per il solito paradosso italiano, i vincitori, quelli che erano sempre stati dalla parte giusta, invece di ricevere una medaglia furono messi alla sbarra”
    Uno storico (quale sfortunatamente Lei ed io non siamo) obietterebbe che questo modo di illustrare 40 anni di storia italiana è un po’ troppo cristallizzato nella visione del primo dopoguerra; e che una tale semplificazione rischia di ridurre alla schematizzazione Don Camillo-Peppone di “Palazzeschiana” (mi si passi il termine) memoria, un periodo storico che invece è stato di straordinaria complessità, nonché colmo di mutamenti ideologici e politici su ambo i fronti (attenzione: qualcuno potrebbe addirittura parlare della seconda metà degli anni ’70 e rispolverare la figura di Enrico Berlinguer!). Altre feroci obiezioni potrebbero poi essere suscitate dalla divisione essenziale, quasi manicheista, tra Bene e Male, tra Giusto ed Ingiusto, a discapito di ogni sfumatura e profondità analitica. Comprendo la cavillosità di siffatti rilievi, ma lavorando a contatto con accademici e studiosi non ho difficoltà ad intuirne le possibili contestazioni. Per prevenirle urge documentarsi e approfondire, per eludere così i loro irragionevoli settarismi.
  • “[…] il reato portante di Tangentopoli, cioè il finanziamento illecito ai partiti, era stato oggetto di un’amnistia soltanto due anni prima: un colpo di spugna che preservò alcuni e dannò altri.”
    Mi permetto di suggerirLe che sarebbe forse opportuno ricordare come i soldi delle tangenti che confluirono nei conti di Bettino Craxi furono utilizzati sia sotto forma di finanziamento illecito al Partito socialista italiano (come Lei implicitamente sostiene), sia come fondi personali. Lo dicono i verbali di Giorgio Tradati e di Maurizio Raggio, i due prestanome a cui Craxi aveva affidato i suoi tre conti svizzeri: Northern Holding, Constellation Financière e International Gold Coast. E lo dicono anche le sentenze definitive dei processi a suo carico (“un appartamento a New York, due operazioni immobiliari a Milano, una a La Thuile, una a Madonna di Campiglio”, un “velivolo Sitation da 3 miliardi di lire”, un villino “a Saint Tropez per il figlio Bobo”, una villa e un prestito di 500 milioni per il fratello Antonio, “100 milioni al mese per l’acquisto di Roma Cine Tv”).
  • “La verità è che a un problema politico fu data una soluzione giudiziaria. E l’unico che ebbe il coraggio di porre in questi termini la questione, cioè Craxi, fu spedito alla ghigliottina. Per questo Craxi non volle mai vestire i panni dell’imputato”
    Ineccepibile: Craxi è assurto a simbolo di quella stagione politica, probabilmente con ingiustificato e indiscriminato accanimento. I soliti giustizialisti e seminatori di odio tuttavia, potrebbero anche avanzare la tesi secondo la quale ciò avvenne poiché egli fu indiscutibilmente uno dei personaggi di maggior rilievo istituzionale coinvolti direttamente nelle inchieste (Ad esempio, lunedì Travaglio già spiegava che per le tangenti Eni /Sai furono condannati esponenti di tutti i partiti – PCI compreso – ma che solo nel caso dei Socialisti era il segretario a ricevere in prima persona il denaro illecito). Altri livorosi, al colmo dell’acredine ed inclini all’insinuazione, sottolineeranno come la fuga, pardon, l’esilio di Craxi ad Hammamet fu più che altro una manifestazione fenomenica del timore di essere condannato (come poi effettivamente successe) che un rifiuto di “vestire i panni dell’imputato”. Ma non è il caso di farsi condizionare da illazioni che si fondano sulla dietrologia più bieca ed inqualificabile.
  • “E’ di quegli anni il vulnus che alterò i rapporti fra politica e magistratura. Un vulnus che per quasi un ventennio ha fatto cadere governi per inchieste che spesso non hanno portato da nessuna parte e che ha lanciato nell’agone politico i magistrati che ne erano stati protagonisti, che già per questo avrebbero dovuto dimostrare di non essere di parte”
    Superando il senso di “dejà-vu” che mi assale ogni volta che rileggo questo estratto, nasce spontanea in me una domanda che affonda le radici nella mia ignoranza: siamo sicuri che le inchieste non abbiano mai portato da nessuna parte? E poi, mi perdoni, ma non mi sovviene quali sarebbero i governi caduti per colpa dei giudici. E’ possibile che si renda necessario fare degli esempi pratici. D’altro canto, se il riferimento è all’ultimo governo della cosiddetta “Prima Repubblica”, mi azzardo a dire che ciò che seguì le inchieste di “Mani pulite” fu sacrosanto; e che, per evitare il crollo del sistema partitico e politico, sarebbe stato sufficiente scegliere qualcuno immune alla corruzione endemica che andava man mano disvelandosi. Se al contrario Lei intende evocare il governo Berlusconi I, mi permetto di insistere su un concetto obliato dai più (e perciò il ricordarlo Le sarà d’aiuto nel distinguerla dai suoi colleghi smemorati): fu la Lega Nord a far mancare la fiducia in Parlamento all’esecutivo dell’on. Berlusconi, un mese dopo l’avviso di garanzia e a causa di insanabili divergenze – se non erro – inerenti la riforma del sistema pensionistico.
  • “Ecco perché non ha bisogno di nessuna riabilitazione l’uomo, che accettando coraggiosamente da socialista e riformista gli euromissili, contribuì, insieme a Reagan e a papa Woityla, a mettere in crisi l’Urss, che disse di no agli americani nella crisi di Sigonella e affrontò i referendum sulla scala mobile”
    Sposo la Sua tesi: come potrei esimermi? Pur tuttavia, i soliti maligni rivendicano tutt’ora un significato più profondo della parola “riformista”; altri addirittura sono persino capaci di asserire che gran parte della forza riformista del PSI andò perduta proprio sotto la guida di Craxi. Questi inguaribili cripto-Castristi (già sento le loro voci erratiche e sbraitanti) sosterranno che il segretario del PSI scelse di asservire sé stesso e il suo partito alle logiche di potere dettate dalla Democrazia cristiana, anziché assecondare il cambiamento iniziato e voluto dai suoi predecessori, proponendo un modello di sinistra italiana alternativo ai Comunisti ed allestendo un “nuovo socialismo”, distante e differente da quello dell’URSS. Ma non è certo a queste vuote teorie che stimolano lo sbadiglio che ci si sente in dovere di replicare! No! Piuttosto val la pena concentrarsi su Sigonella e gli euromissili, sulla crisi dell’URSS e la scala mobile, integrando l’elenco che ad una prima occhiata pare un po’ parziale. Lei dimentica, Egregio Direttore, alcuni fatti rilevanti, che perciò mi premuro di annotarLe, a futura integrazione. Come non menzionare l’amicizia di Craxi con Arafat, a cui passava i soldi pubblici e che lo stesso presidente dell’O.L.P. depositava su conti personali? Ed i rapporti strettissimi con il dittatore somalo Siad Barre, per il quale il Nostro stanziò 310 miliardi di lire nel solo quadrienno 1981-1984? E l’incostituzionale legge Mammì? Il debito pubblico che passò sotto la sua presidenza del consiglio da 400 mila a 1 milione di miliardi di lire? E ancora: l’Alfa Romeo regalata alla Fiat e sottratta alla Ford, che l’avrebbe pagata (e qui mi sovvien l’eterno e lo spazio sconfinato del cielo solcato da aerei Alitalia)? Le amicizie con Licio Gelli? Il sostegno ai generali argentini contro la Gran Bretagna durante la crisi delle Falkland? Tanta roba davvero, che sarebbe imperdonabile tralasciare nel resoconto, giusto?
  • “il destino di Craxi, la sua carriera fatta di luci e ombre, è comune a molti dei grandi personaggi di quel periodo complesso. Addirittura Helmut Kohl riunì le due Germanie e poi finì sotto processo. Ma per la storia Craxi va già ricordato oggi come uno statista”
    Al fine di completare ulteriormente questo giusto paragone, spiegherei che l’ex cancelliere tedesco, scoperti i fondi neri della Cdu, lasciò la presidenza del partito e pagò una pena pecuniara di 300 mila marchi per chiudere il suo processo (ipotecando tra l’altro la casa e raccogliendo 3 milioni di euro per risarcire la multa pagata a causa sua dalla Cdu). Rinnegato dai suoi stessi ex-colleghi, Kohl non trova oggi sostegno e apprezzamento neppure in Angela Merkel, che ne è stata l’erede diretta.

Giungo infine alla conclusione di questa logorroica, interminabile missiva, nella speranza di non averla tediata troppo.
Attendo con ansia la sua rettifica in una delle prossime edizioni del Telegiornale da Lei diretto, senza ovviamente aspettarmi menzioni o gratifiche, giacché le mie parole non sono frutto d’altro che di cortesia e ben riposto senso del dovere.

Con cordialità.

Facciamoci una risata, va’…

11 settembre. 40 anni fa.

Prima dell’11 settembre 2001, la data odierna era ricordata (da pochi, in verità) per un’altra tragedia contemporanea, vale a dire il colpo di stato in Cile del 1973. Alle nostre latitudini se n’è sempre parlato poco e spesso in ambienti “di nicchia”. In occidente, per logiche politiche da (e post) guerra fredda, non ha mai suscitato grande commozione il fatto che un governo socialista democraticamente eletto venisse rovesciato manu militari da un esercito nemmeno troppo segretamente finanziato dagli Stati Uniti d’America, con la sagace mediazione di Henry Kissinger, premiato quello stesso anno con il Premio Nobel per la pace (istituzione invero assai bizzarra, considerando quanto spesso venga assegnato ad individui dai comportamenti per lo meno ambigui).

Sul suo blog, Alessandro Gilioli ha ricordato l’avvenimento ieri (http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/09/10/cose-stato-il-golpe-in-cile/), riassumendo il pensiero del regista cileno, italiano e argentino Marco Bechis (Garage Olimpo). Ed è effettivamente meritoria la sua visione di un America latina come terreno di addestramento (il “cortile di casa” degli USA, recita una condivisibile metafora) per le politiche attuate poi nel mondo occidentale tra la fine degli anni ’70 e gli anni ’80. Meritoria soprattutto perché regge alla prova più importante, quella dei fatti.

Di cianciar s’è fatto anche troppo.
Ora è l’ora (o l’ora è ora) di ricordar

Salvador Allende, documentario del regista cileno Patricio Guzmán.