L’Insostenibile leggerezza d’ANS(I)A

Quando ormai il mondo dava questo blog per disperso (chi?), eccone una parziale e sporadica rinascita. E quale miglior coincidenza può esserci, se non ripartire in concomitanza (quasi) e in riferimento (stretto) al solenne ed elegante qualcosa che ricorre il 25 aprile? Nessuna, infatti. E allora vamos!

Notizia ANSA di oggi:

Articolo ANSA [http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2015/04/16/25-aprile-anniversario-della-liberazione-alla-camera-partigiani-per-la-prima-volta-in-aula-_de18b47e-7fb7-4583-a35b-507e0259f8ba.html] - URL consultato il 16/04/2015

Articolo ANSA [http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2015/04/16/25-aprile-anniversario-della-liberazione-alla-camera-partigiani-per-la-prima-volta-in-aula-_de18b47e-7fb7-4583-a35b-507e0259f8ba.html] – URL consultato il 16/04/2015

Per dirla con le parole (su Facebook) dello storico e studioso Massimo Storchi:

“PARTIGIANI PER LA PRIMA VOLTA IN AULA? PERCHE’ DOSSETTI, MARCONI, ZACCAGNINI, TINA ANSELMI? BOLDRINI? LONGO? Chi erano? Telegrafisti? Idraulici?”

Ciò dimostra oltretutto che l’unico archetipo del “partigiano” a popolare ormai l’immaginario pubblico (e in primis quello giornalistico) è quello del vecchietto un po’ nostalgico, a volte magari burbero, eppure in fondo assai simpatico. Quasi come quel parente – non tanto il nonno, a cui generalmente si è portati a tributare un grande e sincero affetto, quanto più un prozio – che si va a visitare un paio di volte all’anno e al quale si dà retta per un paio d’ore, in parte perché è una persona gradevole (“una sagoma”, verrebbe da dire) e in parte per aggiustare la coscienza e sentirci delle persone migliori, buone e magnanime, dotati di sensibilità nei confronti dei “poveri anziani”.

D’altra parte questo Paese non tratta esattamente così la Resistenza tutta?

L’al di là

NDEDoverosa premessa: nonostante le percentuali bulgare delle primarie e delle ultime elezioni europee – che lo investono automaticamente del rango di “El dictator” (alla sudamericana) – non ho cambiato idea sul nostro attuale Primo ministro. Sono troppe le criticità della sua azione governativa, troppe le zone d’ombra e altrettante quelle di opportunismo, per farmi convincere da un paio di buoni messaggi politici (nella fattispecie, gli 80 euro in busta paga e l’adesione al PSE), e perciò mediatici. Messaggi che personalmente ritengo finalizzati ad un unico scopo (il solito): allargare la base del consenso. Cosa fare con tutto questo consenso è – se vogliamo – il vero nocciolo della questione.
E poi, diciamolo francamente (con Superpippo; non Inzaghi, quell’altro): sul carro dei vincitori ormai non c’è più posto, visto che ci sono saliti più o meno tutti.

Breve dialogo postprandiale e immaginario (anziché no) con un collega, anche lui – come me – tra i pochi “salvati” fra i tanti “sommersi” della riforma Fornero (ve la ricordate la Fornero?).

Io: “[…] che poi, vedi: anche questa cosa degli 80 euro, a me sembra strumentale. E comunque è un provvedimento una tantum, fatto guarda caso – maligno io! – proprio in concomitanza con la scadenza elettorale.”

Il collega: “Guarda che non è una tantum. Il bonus dura fino a fine anno.”

Io: “Non è questo il punto. Ci sono altre problematiche; altre difficoltà. Non si parla di precari, di pensioni. Se si è sempre criticata la CGIL perché difende gli interessi della solita classe di lavoratori, non vedo come si possa applaudire Renzi adesso.”

Il collega: “Però intanto inizia a mettere in tasca questi 80 euro al mese fino a dicembre. Ottanta euro per 8 mesi, sono 640 euro. Mica male.”

Io: “Non è male no. Però, ragionando così, tu ed io dovremmo anche convenire che la riforma del lavoro fatta dalla Fornero sia la migliore degli ultimi 150 anni (cit.)”

Silenzio.

Perché devo dire che il mio collega ha ragione: 640 euro all’anno (in realtà meno, tra tasse e tutto il resto) fanno senza dubbio comodo. Poi però mi guardo attorno e vedo due amici che non solo non hanno percepito alcun bonus nella busta paga del mese di maggio, ma hanno addirittura ricevuto la comunicazione che a giugno il loro contratto di lavoro a progetto non verrà confermato.
Collettività… Società… Ormai sono parole vuote. Eppure non serve fare tanta strada per andare “al di là” – un “al di là” nient’affatto mistico e molto più terreno e prosaico. Il più delle volte è proprio lì, un palmo oltre il nostro naso. Iniziare da qui sarebbe già un bel passo avanti per tutti, qualsiasi fede e colore abbiamo.

P.S.: certo che 40,8 è una bella percentuale; 42 (gli astenuti) però è migliore…
Facciamoci le solite due risate, va’ (con colonna sonora quanto mai appropriata)
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-4afafdf5-38bd-4d0f-942f-e9384be399fc.html#p=0

Stazionamento a cinque stelle

il-volantino-della-manifestazione

Il discorso genovese di Beppe Grillo è ormai vecchio di due settimane, eppure alcuni degli eventi recenti lo hanno fatto riaffiorare prepotentemente. Da lì parte una riflessione che conduce dritta dritta agli odierni “forconi“.

Martedì scorso a Roma alcuni deputati del MoVimento 5 Stelle sono usciti dal Parlamento per parlare con la folla tumultuante in protesta: i cosìddetti “forconi”. La reazione della gente comune alla loro presenza è stata, in estrema sintesi: “Non avete appoggiato la nostra battaglia perché siete diventati Casta anche voi”.
Due settimane fa a Genova, per l’appunto, Beppe Grillo ha ripetuto – niente più, niente meno – il programma con cui il suo partito (perché tale è, al netto delle denominazioni) si era presentato alle elezioni.
Una parte di chi ha assistito all’intera manifestazione racconta di molti interventi nuovi, precisi e ben argomentati. Confesso la mia mancanza: non ho retto oltre il discorso del Leader. Che però, in fondo, è quello che davvero conta, in un agglomerato assai poco libero e flessibile, con un simbolo che è a tutti gli effetti un marchio registrato di proprietà del Leader stesso.
Un leader che ha parlato come se nei dieci mesi appena trascorsi nulla fosse successo. Come se, da febbraio in poi, nessuno gli avesse offerto una collaborazione di Governo (ve lo ricordate Bersani?). Come se, ancora oggi, nessuno degli aderenti al suo MoVimento sedesse tra i banchi del Parlamento.
Da uomo intelligente e da esperto comunicatore qual è, Grillo sa che la sopravvivenza politica dei pentastellati è legata – per scelta soprattutto sua – alla distinzione netta e imprescindibile con la classe politica che ha governato l’Italia negli ultimi anni. Occorre dunque cancellare ogni minima possibile sovrapposizione, pena il sentirsi apostrofare come “Casta” e perdere una bella fetta di voti. Specialmente ora, con il reboot di buona parte delle forze parlamentari in chiave antisistemica (e non antipolitica, che è una cosa ben diversa), il recupero di vecchi format nati proprio con questa ratio (Forza Italia e la Lega 3.0) e la nascita di nuove figure mitologiche, ammantate di una verginità tanto effimera quanto efficace (il PD).

Il risultato di questo quadro è caos totale; e l’impressione generale che tutti, dai pentastellati ai Berluscones, dai pidd(emocrist)i(a)ni ai legaioli, siano completamente incapaci di guidare il Paese, troppo attenti a “prendere voti”, senza tuttavia chiarire cosa intendano poi farci, con tutto il consenso guadagnato.

I cittadini in tutto questo non hanno altra scelta che protestare, nella convinzione crescente che nessuno li rappresenti e che nessuno faccia i loro interessi. Come sosteneva Grillo tempo addietro, il MoVimento 5 stelle è stato essenziale nell’intercettare il malcontento crescente e incanalarlo verso binari di legalità e partecipazione sociale positiva e attiva. Ormai però le carte sono scoperte. La favola non regge più.
Il risultato (non definitivo) è quindi quello odierno: una mobilitazione disorganica, che colpisce altri cittadini anziché le istituzioni (meglio presidiare il Parlamento o occuparlo, che bloccare un’autostrada, no?) e che genera una sorta di astio fratricida, una “guerra tra poveri”, a tutto vantaggio dei veri responsabili, intoccati e intoccabili nei loro alti castelli (cit.) e nei palazzi di vetro. Manca persino la necessaria chiarezza di pensiero; i concetti di fondo della protesta (vedere il volantino allegato) sono un maldestro tentativo di sintesi fra vari temi sensibili e problematici, senza però la benché minima profondità cognitiva; un guazzabuglio di capisaldi pentastellati con un pizzico di Nuovismo renziano e manciate di Lega e berlusconismo q.b. Insomma il degno risultato della propaganda semplicistica e minimizzatrice (esempio più fulgido: l’auspicato referendum sull’Euro, che nella realtà dei fatti ci precipiterebbe in una bancarotta peggiore di quella greca).
Anche per questo, purtroppo, i “forconi” dureranno poco. La migliore strategia è l’indifferenza. Già gli organi di stampa ne parlano molto meno. Il Natale si avvicina. Tempo un paio di settimane e nessuno quasi se ne ricorderà più. Resterà solo la disperazione degli emarginati in un paese che, al netto delle dichiarazioni pararivoluzionarie, corre davvero il rischio di non riuscire a cambiare mai (se non in peggio).
Senza voler gettare la croce addosso a qualcuno in particolare (o più che ad altri), credo che lo stazionamento a cinque stelle sia l’epifenomeno più rappresentativo del rischio che corriamo.

Madiba

Ora che è morto, Nelson Mandela diventerà un feticcio ancora più di quanto già non fosse in questi ultimi anni di vita, complice anche il suo eclissamento dalla vita pubblica e un’ottima pellicola firmata (e filmata) da Eastwood.

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Foto tratta da “La Repubblica”
(http://www.repubblica.it/esteri/2013/12/06/foto/nelson_mandela_icona_del_sudafrica_le_immagini-72812543/1/?ref=HREA-1#20)

Un grand’uomo. Un pacificatore. Un donatore di libertà (vera; non come i sedicenti di casa nostra). Ma anche un guerrillero; un rivoluzionario nel senso più antico e autentico, pronto a impugnare le armi per la causa in cui credeva. E’ proprio questa parte della sua vita che è già stata completamente dimenticata, cancellata. Remota nel tempo, per carità, eppure estremamente incidente sulla personalità di Madiba, padre amorevole verso il suo popolo, presidente geniale nel comprendere le esigenze del suo paese e nel mantenerlo unito, ma anche politico inflessibile nella difficile trattativa con Frederik Willem de Klerk per l’abolizione dell’apartheid.

Ecco, per una volta mi piacerebbe ascoltare, vedere e leggere meno agiografia. O per lo meno non aspettare 40 anni – come nel caso di John F. Kennedy – per scorgere l’uomo (e che uomo!) dietro al feticcio.

Piove, Governo ladro

La pioggia cade battente; e ogni volta ormai sono disastri.

Un uomo cammina in una strada allagata a Siliqua, in Sardegna, il 18 novembre.
(ANGELO CUCCA / AFP / Getty Images)

La Sardegna è solo l’ultimo esempio. Nel 2011 era stata la Liguria. L’anno prima il Veneto. E via così a ritroso nel tempo.

I fenomeni meteorologici sono diventati violenti, a causa del cambiamento climatico che in troppi – mossi da interessi non sempre limpidi – si ostinano a negare. All’origine di tutto non c’è la natura crudele e cattiva che spesso viene dipinta dai telegiornali, bensì l’uomo. L’uomo è infatti alla base del cambiamento climatico; e sempre l’uomo è colpevole degli effetti devastanti dei fenomeni atmosferici, che potrebbero essere contenuti e mitigati usando accortezza e saggezza maggiori.

Pian piano – finalmente! – qualcuno inizia a rendersene conto. Le coscienze si destano, ma sono ancora in una fase di pigro stiracchiamento. Per lo meno si è giunti ad ammettere che all’origine del problema ci sono le scelte dell’uomo in politica edilizia e ambientale. Il tiro però rimane un po’ sbilenco. Le responsabilità degli amministratori locali sono evidenti (come dice Cecchi Paone), ma i condoni edilizi (vero, on. Comi?) sono decisioni del Governo nazionale, non locale. Pure ammettendo ciò, è davvero la gestione “pubblica” l’unico problema? In Italia criticare lo Stato e le amministrazioni regionali e comunali è da decenni uno sport nazionale (che se fosse olimpico sarebbero oro, argento e bronzo assicurati da Rio de Janeiro fino al 2128), soprattutto in un periodo come quello in cui viviamo, dove la macchina statale è vista come un onere inutile, quand’anche non dannoso, che soffoca il povero cittadino (basterebbe andare in Scandinavia per accorgersi di quanto ci sbagliamo). Non possono tuttavia essere taciute e obnubilate le responsabilità dei privati, di chi commette abusi edilizi, dei costruttori che hanno chiesto e ottenuto (magari oliando gli ingranaggi della burocrazia) il permesso di costruire ai lati di un fiume, su una costa a picco sul mare, sulle pendici di una collina. La colpa è assolutamente in concorso.

Ciò che poi annichilisce e fa specie, è l’ipocrisia dei visi che piangono, mentre le mani brigano per vendere ampie porzioni del demanio pubblico (spiagge in primis) ai privati, ansiosi di edificare qualche new town. O ci siamo dimenticati di chi rideva la notte del terremoto a L’Aquila?

Doppio “meno” non fa “più” – postilla

L’ignoranza è un male endemico, insito nella società. La sua presenza produce disastri.

Come si combatte? Quali mezzi può adoperare uno Stato – inteso come comunità e governo – per contrastarla? Ha senso promulgare una legge contro di essa, per bandirla e proibirla? Ovviamente no. Contro l’ignoranza lo Stato promuove e cura (o almeno dovrebbe farlo) l’istruzione e l’educazione dei suoi cittadini. E se proprio deve reprimere e punire, punisce i crimini (quindi gli atti concreti) che derivano dall’ignoranza, non l’ignoranza stessa.

Ecco, con il negazionismo la questione è esattamente la stessa.

Doppio “meno” non fa “più”

Nell’immagine: Antonello Silverini, “Gli storici del negazionismo”, 2012 llustrazione per “La Lettura – Corriere della Sera”

Il 16 ottobre 1943 i nazisti, che avevano da circa un mese invaso l’Italia e occupato la “città aperta” di Roma, entrarono nel ghetto della capitale e rastrellarono più di mille ebrei, deportandoli poi in Germania.
Il 16 ottobre 2013, a margine delle manifestazioni per il 70° anniversario di quell’evento, il presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano ha dichiarato: «Oggi è una grande giornata di coesione e di solidarietà tra tutte le fedi e le religioni. La proposta di legge per l’introduzione del reato di negazionismo è un merito del nostro Parlamento. E sono convinto che verrà presto completato l’iter di approvazione».

Tutto questo mentre si discuteva e litigava sulla salma di Erich Priebke, morto da circa una settimana. Una coincidenza? Si potrebbe dire che Dio non gioca a dadi con l’universo. Ma anche senza scomodare l’illustre Padre (o l’illustre Albert, che pronunciò per primo quella frase), è arduo credere che sia una semplice casualità. Soprattutto perché si tratta di una dichiarazione del nostro Presidente, che lascia ben poco al caso quando parla davanti a una platea pubblica (con o senza giornalisti).
L’equazione è giusta? Negazionismo=Priebke=Nazismo? In parte. A patto di considerare il Negazionismo come un fenomeno atto a negare una più vasta gamma di avvenimenti e non soltanto la Shoah. Il contesto in cui Napolitano ha rilasciato la suddetta dichiarazione, unito all’accezione generale (e originale) che ormai il termine (“Negazionismo”) ha ri-assunto, mi fa supporre che non sia esattamente così.

Lo so, lo so: troppe ipotesi, troppa dietrologia.
E’ utile tuttavia precisare un paio di questioni.
Gli ebrei vittime delle Fosse Ardaetine furono tra i 70 e gli 80, 75 secondo le valutazioni più accreditate. Gli altri 265 erano oppositori politici, partigiani, persino massoni. Priebke ha responsabilità nella Shoah? Certo. In quanto aderente al nazismo. Ma le sue azioni travalicano assai quel confine.
Perché il nazismo è stato anche, e nei fatti persino prima, un regime autoritario e illiberale, che intimidiva gli avversari e cancellava il dissenso. E’ così che ha preso il potere. E’ così che ha potuto, in seguito, fare le leggi razziali.
Oltre a molto altro.
Invasione. Prevaricazione. Cancellazione dei diritti elementari. Persecuzione del sessualmente diverso, del geograficamente estraneo (Rom e Sinti, Slavi). Nel Mein Kampf c’è molto più dell’odio per gli ebrei.
I crimini dei nazisti, non solo di Priebke, trascendono la Shoah. Negarli significa perciò negare molto più della Shoah.
Concentrarsi su un solo aspetto, per quanto possa essere valutato il più inumano e sconvolgente, significa ancora una volta analizzare solo una parte del problema, averne una visione incompleta, povera, semplicistica. In una parola: sbagliata.

Premesso ciò, entriamo nel merito della proposta di legge. E’ giusto che un’idea, per quanto perversa e fallace, rappresenti un reato? Nel ’52 in Italia ci furono alcuni timidi dissensi per l’introduzione del reato di “apologia del fascismo”, voluto dall’allora ministro dell’interno Mario Scelba. Col senno di poi potremmo dire che le obiezioni erano pertinenti, considerando che per anni abbiamo avuto un partito dichiaramente fascista in Parlamento (il Movimento sociale italiano) ed oggi abbiamo regalato a revisionisti e neo/criptofascisti di ogni età l’aura inviolabile delle “vittime” (di cui Pansa è il più brillante teorico).
Accadrà lo stesso col negazionismo? E’ probabile.
Eppure, anche qualora non avessimo l’esempio succitato, i dubbi permarrebbero. Creare un tabù non risolve il problema culturale che quel tabù può originare. Semmai è l’opposto. Lo si riveste di proibito, rendendolo accattivante. Lo si cancella dal dibattito, inibendo e impedendo ogni discussione seria su di esso. Lo si riduce al silenzio, dando ai suoi sostenitori lo status di perseguitati. Lo si ghettizza da un punto di vista sociale e culturale, esacerbando così rabbia e violenza di chi lo difende. Lo si radica e lo si estremizza, rendendolo impermeabile alla confutazione con il ragionamento.
In definitiva, un pessimo servizio.

Lo Stato e la società possono punire un pensiero come aggravante di un crimine, ma non far sì che il pensiero stesso sia il crimine.
Così facendo, abdicherebbero ai loro compiti, che sono di educare cittadini liberi e – soprattutto – consapevoli.
A tal proposito, inserisco qui due ottimi commenti letti ieri sul portale dell’ente culturale presso il quale lavoro.
Scrive annamaria: “una legge sancisce un reato, ma non risolve il problema che deve essere affrontato alla base: educazione alla memoria storica permanente!”
Risponde Anna: “Non solo: in un certo senso toglie dalle spalle dei cittadini la responsabilità delle decisioni che potranno essere prese in base alla legge, per affidarla alle istituzioni. Invece è necessario coinvolgere le persone comuni nei quartieri che abitiamo, per trarre da noi stessi il senso intimo della necessità di lottare contro il male compiuto da uomini e donne come noi.”
In estrema sintesi, “il modo per combattere le idee perniciose è attraverso altre idee” (motto del progetto Nizkor).

Ecco, io la penso esattamente così.