Breve vademecum cinematografico della crisi

Capitalism. A love story (2009), di Michale Moore

Il solito Michael Moore ci illustra, con ironia e crudezza al contempo, le cause e gli effetti della crisi finanziaria del 2006, con una piccola ma fondamentale finestra sul luogo in cui tutto è cominciato: gli Stati Uniti degli anni ’80 e del Reaganismo.


Inside Job (2010), di Charles Ferguson

Documentario a volte troppo tecnico, ma preciso e puntuale in ogni descrizione, che individua e denuncia gli intrecci perniciosi e le dinamiche perverse dell’industria dei servizi finanziari, che ha portato – con la complicità della politica – alla crisi economica del 2008.


Company men (2010), di John Wells

Il lato della crisi economica meno indagato e raccontato: quello dei giovani manager rampanti che hanno concorso a crearla e che poi, loro malgrado, sono stati costretti a subirla. Il sogno americano infranto e il suo recupero, in carattere minore e “più umano”. Un film forse troppo ottimista, ma pur sempre interessante per l’originalità del punto di vista.


Margin Call (2011), di J.C. Chandor

La notte in cui tutto è cominciato vissuta all’interno di una delle più grandi banche d’investimento statunitensi. Un affresco umano e sociale impietoso, in cui non solo vengono rappresentate le perversioni di un sistema avviato al collasso, ma anche le vicende personali e professionali di una serie di personaggi apparentemente imperturbabili e invincibili, costretti improvvisamente a mettere in discussione sia il proprio lavoro che la propria etica. Dinanzi alla realtà, ognuno reagirà in modo differente, scoprendosi spesso fragile e vulnerabile.


Too Big to Fail (2011), di Curtis Hanson

Film per la televisione che racconta la crisi con gli occhi (e le scelte) di Henry Paulson (William Hurt), Segretario al Tesoro degli Stati Uniti sotto la presidenza di George W. Bush.

L’ordigno fine di mondo


Dal blog di Alessandro Gilioli:

La strada scelta da Berlusconi, alla fine, è quella che si era anticipata qui, l’8 settembre scorso. Era, del resto, la più prevedibile. Vediamo cosa ci aspetta, quindi.

Il Cavaliere vuole elezioni anticipate?
A questo punto è evidente. Le dimissioni di massa, aldilà dei controversi effetti pratici, sono un tentativo di delegittimare l’attuale Parlamento, per farne un altro. D’altro canto è da settimane che Berlusconi sta preparando la campagna elettorale, vuoi con il rilancio di Forza Italia vuoi con la prenotazione nelle città dei cartelloni ’sei per tre’, confermata dallo stesso Pdl.

Qual è lo scopo?
Evitare il voto dell’Aula del Senato sulla sua decadenza. Con le elezioni anticipate, lo scudo di senatore gli resta finché non vengono elette nuove Camere.

Perché?
Se si sospende l’attività del Senato, Berlusconi si toglie dai piedi l’applicazione immediata della legge Severino. Così resta parlamentare finché non vengono esauriti altri tre passaggi: la Corte d’Appello gli ricalcola l’interdizione dai pubblici uffici, la Cassazione conferma questo ricalcolo, il prefetto di Campobasso applica l’interdizione (essendo il Molise il suo collegio di elezione). In tutto, possono passare altri cinque o sei mesi: si va almeno a fine febbraio.

E cosa se ne fa B. di arrivare a fine febbraio?
Nella testa di Berlusconi, il caos delle prossime settimane dovrebbe essere tale da costringere Napolitano a sciogliere le Camere non oltre la fine di ottobre, consultazioni comprese. Dal momento dello scioglimento delle Camere al nuovo voto, come noto, passano tra i 45 e i 70 giorni. Quindi si potrebbe andare alle urne, ad esempio, in una domenica tra il 15 dicembre e il 5 gennaio. O anche un paio di settimane più in là: quello che gli basta è anticipare l’applicazione dell’interdizione dai pubblici uffici. L’obiettivo è chiaro: farsi rieleggere prima della decadenza, ottenere un Parlamento dalla sua parte e, immediatamente, garantirsi apposite leggi ad personam, insomma un salvacondotto.

Ma può farsi rieleggere? La legge Severino non glielo impedisce?
Certo che glielo impedisce, in teoria. Ma siamo daccapo con gli scazzi degli ultimi mesi: lui sostiene che la Severino non può applicarsi al suo reato perché questo è precedente l’approvazione della legge, e che in ogni caso la Costituzione gli garantisce il diritto di vedersi approvata o negata l’elezione dalla Camera di appartenenza. Quindi è pronto a ricorrere al Tar e al Consiglio di Stato, ma soprattutto a fare la vittima in campagna elettorale. Ad ogni modo, anche se personalmente non ottenesse un seggio, l’obiettivo è disporre al più presto di una maggioranza che gli faccia un qualche tipo di salvacondotto.

Però non si sono mai viste elezioni a Natale. E poi c’è la legge di stabilità da approvare.

Ormai a Berlusconi non frega nulla né della prassi, né della legge di stabilità. Semmai qualche problema potrebbe arrivare dalla Consulta, che il 3 dicembre deve decidere sulla costituzionalità del Porcellum, ma la questione è giuridicamente complessa e probabilmente si finirebbe per votare lo stesso. Tra l’altro in realtà c’è un precedente di voto ‘natalizio’ in Italia, seppure locale: le regionali che si sono tenute in Abruzzo il 15 dicembre del 2008 (vinte dal Pdl).

Ma come si è arrivati a questo punto?
Berlusconi si è deciso a scagliare la bomba ‘fine di mondo’ quando ha capito due cose. Primo, che i margini di mediazione con Napolitano si erano esauriti di fronte alla questione della cosiddetta ‘esaustività’ della grazia: il Quirinale era disposto a un atto di clemenza ma solo per la pena principale e non per quella accessoria (l’interdizione), come del resto anticipato dal comunicato di agosto del Colle. Secondo, il Cavaliere ha orecchiato che nei tribunali di Milano, Bari e Napoli le cose non si stanno mettendo bene per lui: quindi teme che una volta decaduto da parlamentare, gli arrivi un mandato d’arresto. Con il carcere vero, non domiciliari o servizi sociali.

Ma è uno scenario realistico? Rischia davvero le manette, se decade da parlamentare?
Questo lo sanno solo i giudici delle tre città citate. Certo è che il suo curriculum per quanto riguarda il rischio di inquinamento delle prove è pessimo: è di corruzione giudiziaria che è indagato a Bari, è per aver pagato dei testimoni del processo Ruby che sarà probabilmente indagato a Milano. Quanto al pericolo di fuga, dispone di aerei privati che gli consentirebbero di andarsene anche se gli hanno ritirato il passaporto. Insomma, potrebbero non mancare i presupposti per un provvedimento cautelare, che non avrebbe direttamente a che fare con la condanna definitiva per frode fiscale.

Funzionerà o no questa ‘bomba fine di mondo’ di Berlusconi?
È una partita aperta. Gli ostacoli sulla sua strada sono fondamentalmente tre.

Primo?
Napolitano, è ovvio: fallita la trattativa, la rottura ora è evidente. Il Quirinale farà di tutto per non andare al voto, tanto meno così in fretta. Berlusconi potrebbe strepitare all’infinito, ma il Colle per contro potrebbe tirarla in lungo con consultazioni, preincarichi, incarichi e così via.

Secondo?
I ‘riservisti’, come vengono chiamati. Cioè i parlamentari del Pdl o di forze limitrofe (tipo Gal) che potrebbero cambiare casacca per sostenere un altro governo dopo quello attuale: vuoi un Letta bis, vuoi un esecutivo retto da Grasso o da altre figure ‘di profilo istituzionale’. Con una dozzina di ‘riservisti’, Berlusconi finirebbe all’opposizione e non riuscirebbe a far sciogliere le Camere.

Terzo?
Chi l’ha detto che andando a votare a gennaio Berlusconi ottenga la maggioranza in entrambe le Camere? Al momento i sondaggi parlano di un nuovo pareggio. In questo senso, si dice attorno a Forza Italia, Berlusconi teme soprattutto l’ascesa di Renzi.

Quindi cosa ci aspetta?
Se ci si arriva, la campagna elettorale più violenta di sempre. Del resto, è la bomba fine di mondo.

Il minore dei due (ani)mali

Dice il premier Enrico Letta: “[…] basta che buttiamo via la stabilità che abbiamo riconquistato faticosamente e ritorniamo facilmente dentro una condizione di grandissima difficoltà”; e poi aggiunge “Il costo dell’instabilità è pesante per lo Stato e per i cittadini“.

Esegesi: se cade il governo, il Paese precipita nuovamente nell’instabilità e tutti, soprattutto i cittadini, sono fregati (termine tecnico). La permanenza in carica del governo invece garantisce a tutti, soprattutto ai cittadini, la sicurezza tipica della proverbiale botte di ferro.

Riavvolgimento nastro: il governo ha recentemente deciso di abolire la prima rata dell’IMU, l’unico abbozzo – seppur modesto, trasandato e perfettibile – di tassa patrimoniale nella nostra penisola. Per controbilanciare il mancato introito (c’è la crisi, ricordate?), sarà tuttavia necessario recuperare i fondi altrove. Ecco grossomodo come, dove e quanto:

  • 300 milioni saranno tagliati alla manutenzione delle ferrovie.
  • 250 milioni saranno tagliati al fondo per l’occupazione, cioè ai disoccupati.
  • 300 milioni saranno tagliati allo sviluppo delle energie rinnovabili.
  • 55 milioni saranno tagliati alle assunzioni nelle Forze dell’ordine.
  • 30 milioni saranno tagliati all’attività dell’Agenzia delle entrate e al controllo sul lavoro nero.

Una botte di ferro, sì. Come quella di Attilio Regolo, con i chiodi all’interno e lanciata a folle velocità lungo le ripide pendici di una collina.
Ed infatti quello che dobbiamo temere ora è l’invidia dei vicini… (cit.)

Su una cosa possiamo concordare: se cadesse il governo oggi e si andasse a votare domani (o nei prossimi 30-40 giorni), il Paese finirebbe nuovamente nelle mani dell’EgoArcore (crasi da cattiva digestione per “egoarca di Arcore”). Considerando le recenti esperienze e il concorso di colpa nell’inasprimento della crisi (che le ricette di Full Monti non ci hanno aiutato a superare, tutt’altro), non è certo lo scenario ideale. Non è comunque una (buona) scusa per abdicare totalmente ai principi basilari della democrazia. Soprattutto se la scelta tra stabilità e instabilità, permanenza del governo o elezioni, si traduce in un semplice calcolo per stabilire qual è il minore dei due (ani)mali; senza che, per altro, si riesca ad arrivare ad una risposta accettabile.

Master&Commander, The Lesser of Two Weevils (Il minore dei due Ani-mali)

Traduzione:
Aubrey: “Dottore li vedete quei due vermi?”
Maturin: “Sì.”
Aubrey: “Quale scegliereste?”
Maturin: “Nessuno dei due; non c’è una sola differenza tra di loro. Appartengono alla stessa specie di Curculionidi”
Aubrey: “E se doveste scegliere? Se foste costretto a fare una scelta? Se non ci fosse altra soluzione?”
Maturin: [Sospirando] “Bene, se proprio mi spingete…” [inforca gli occhiali] “Sceglierei quello a destra. Ha un significativo vantaggio sia in lunghezza che in larghezza.”
Aubrey: [Esultante] “Ve l’ho fatta! Siete servito! Non lo sapete che bisogna sempre scegliere il minore dei due ani-mali?”


Tutti ridono (cit.)