La guerra dei bottoni

O meglio, dei pulsanti (espulso sì, espulso no?)

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La frase del giorno fra i pentastellati pare essere: “Siamo in guerra, via i disertori”. Personalmente non ho mai visto una guerra combattuta in modo tanto anodino verso il presunto nemico esterno. Non è ad ogni modo questo il punto fondamentale. Il punto fondamentale sono le pratiche interne. I comportamenti. Perché, come dice Gilioli, “le pratiche sono il vero banco di prova di chiunque abbia un progetto politico”. E la buona attività parlamentare, quelle che potremmo definire le “buone azioni”, non bastano a redimere le vecchie; non bastano a cancellare criticità finora irrisolte e apparentemente irrisolvibili.
Io credo che il MoVimento 5 stelle sia dinanzi a un bivio. E’ proprio di ogni movimento pseudo o pararivoluzionario vedere ovunque la controrivoluzione; il modo di reagire dinanzi a questa minaccia vera o presunta (e la capacità di discernere la differenza tra le due) segnano il confine tra l’evoluzione totalitaria e l’evoluzione democratica. Tra vero anelito rivoluzionario e mera dissimulazione reazionaria.

Facciamoci una risata, va’…

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The walking deads

Questo blog ormai è uno zombie. Come la democrazia italiana.
Il silenzio di questi mesi è dovuto in parte anche all’incredibile sardana di avvenimenti che si sono succeduti sulla scena politica, congelata in un immobilismo apparente.
O meglio: mobilitata al fine di ottenere un congelamento permanente.

Ieri (e oggi), l’epilogo. La certificazione ultima – come dice Alessandro Gilioli – dell’assoluta inutilità del Parlamento italiano, “accuratamente tenuto fuori da questa crisi”. Per carità, che non contasse più nulla era chiaro da anni e dalla reiterazione spasmodica dei decreti legge governativi. Che però un primo ministro salisse al Quirinale a presentare le dimissioni senza che prima ci sia stato alcun passaggio parlamentare – senza una sfiducia esplicita o implicita – è cosa più unica che rara. Inedita. Inaudita. E rende ancora più inquietante e terribile la prospettiva di una riforma costituzionale per “garantire la governabilità“. Ovvero, com’è ormai acclarato, per relegare l’assemblea di Montecitorio (a Palazzo Madama probabilmente stanno già progettando un bel parcheggio multipiano) a mero organo decorativo, al quale demandare al massimo la pura ratificazione di quanto deciso dal Consiglio dei Ministri. Come detto, nella sostanza era già così; presto lo sarà anche nella forma. A quel punto nessuno – dal M5S alla società civile ai pochi giornalisti con la “schiena dritta” – potrà più lamentarsene.
Più che governabilità, a me questo sembra autoritarismo oligarchico.

Le pedine si stavano già disponendo da mesi. Ricapitolando disordinatamente:

  • Renzi diventa segretario del PD, iniziando così la trasformazione dell’ultimo vero “partito” (con tutti i pregi e i difetti che questo comporta) in un oggetto (e non soggetto) personalistico, proprio come le altre grandi forze politiche italiane (FI e M5S).
  • L’incontro tra Renzi e Berlusconi sancisce un nuovo patto Ribbentropp-Molotov, che presumibilmente finirà allo stesso modo, nel 2018 o prima – se l’Egoarcore non venisse accontentato nelle sue richieste (Letta senior al Quirinale, dicono alcuni, più l’ovvia immunità per sé stesso).
  • Riottenuta l’agibilità politica de facto, il buon pastore Silvio riporta all’ovile la pecora Casini, ricucendo così lo strappo con le gerarchie ecclestiache e il Vaticano. (A proposito, qualcuno ha notizie di provvedimenti contro IOR et similia presi dal nuovo testimonial del brand in questione? No? A quanto pare passare da Benedetto 16.0 a Francesco 1.0 non è servito a molto…). No stupiamoci nel vederlo (Berlusconi, non il papa) al Quirinale oggi, lui che è stato condannato in via definitiva ed estromesso dal Parlamento. Renzi gli ha dato dignità di unico leader del Centro destra, nonostante tutto; e la coppia Grillo&Casaleggio ha creato il precedente.
  • Confindustria e i cosiddetti “poteri forti” si riallineano, con Squinzi che si accorge improvvisamente di ciò che invece era palese da mesi, e cioè l’assoluta inoperosità del governo Letta, scaricato malamente nell‘intervista a Radio24 di una settimana fa.
  • Scelta civica e il suo ex leader Monti che si dicono favorevoli a un governo presieduto dal nuovo segretario del PD, figlio putativo ed epigono della mentalità rampante da Thatcherismo di ritorno. (Scelta civica è forse l’emblema dell’intera faccenda: una forza politica praticamente inesistente in Parlamento e nelle intenzioni di voto dell’elettorato italiano che però è l’espressione più pura dei capitani d’industria.)

Insomma un consolidamento progressivo, teso unicamente all’autoperpetuazione.

Quindi? Viva Grillo, viva il MoVimento 5 stelle, uniche vittime della nefasta situazione?
Non sono mai stato tenero con loro, per le troppe criticità che si portano appresso. Ebbene, non lo sarò nemmeno stavolta. Perché – forse lo si dimentica – poco più di un anno fa costoro hanno avuto la ghiottissima e irripetivile occasione di cambiare davvero questo paese (ve lo ricordate Bersani?); e l’hanno gettata al vento. Se per cocciutaggine, integralismo, pavidità, o convenienza, onestamente lo ignoro. Forse però (e non lo dico col senno di poi: avevo previsto in tempi non sospetti che saremmo arrivati a questo punto) valeva la pena provarci in modo più concreto, rispetto all’occupazione dei banchi del Parlamento o alla continua bagarre con la Boldrini.
Perché lo zombie in cui viviamo, è colpa di tutti noi. Siamo tutti stati contagiati dal virus Solanum. E, bontà divina, non esiste una cura.