Stazionamento a cinque stelle

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Il discorso genovese di Beppe Grillo è ormai vecchio di due settimane, eppure alcuni degli eventi recenti lo hanno fatto riaffiorare prepotentemente. Da lì parte una riflessione che conduce dritta dritta agli odierni “forconi“.

Martedì scorso a Roma alcuni deputati del MoVimento 5 Stelle sono usciti dal Parlamento per parlare con la folla tumultuante in protesta: i cosìddetti “forconi”. La reazione della gente comune alla loro presenza è stata, in estrema sintesi: “Non avete appoggiato la nostra battaglia perché siete diventati Casta anche voi”.
Due settimane fa a Genova, per l’appunto, Beppe Grillo ha ripetuto – niente più, niente meno – il programma con cui il suo partito (perché tale è, al netto delle denominazioni) si era presentato alle elezioni.
Una parte di chi ha assistito all’intera manifestazione racconta di molti interventi nuovi, precisi e ben argomentati. Confesso la mia mancanza: non ho retto oltre il discorso del Leader. Che però, in fondo, è quello che davvero conta, in un agglomerato assai poco libero e flessibile, con un simbolo che è a tutti gli effetti un marchio registrato di proprietà del Leader stesso.
Un leader che ha parlato come se nei dieci mesi appena trascorsi nulla fosse successo. Come se, da febbraio in poi, nessuno gli avesse offerto una collaborazione di Governo (ve lo ricordate Bersani?). Come se, ancora oggi, nessuno degli aderenti al suo MoVimento sedesse tra i banchi del Parlamento.
Da uomo intelligente e da esperto comunicatore qual è, Grillo sa che la sopravvivenza politica dei pentastellati è legata – per scelta soprattutto sua – alla distinzione netta e imprescindibile con la classe politica che ha governato l’Italia negli ultimi anni. Occorre dunque cancellare ogni minima possibile sovrapposizione, pena il sentirsi apostrofare come “Casta” e perdere una bella fetta di voti. Specialmente ora, con il reboot di buona parte delle forze parlamentari in chiave antisistemica (e non antipolitica, che è una cosa ben diversa), il recupero di vecchi format nati proprio con questa ratio (Forza Italia e la Lega 3.0) e la nascita di nuove figure mitologiche, ammantate di una verginità tanto effimera quanto efficace (il PD).

Il risultato di questo quadro è caos totale; e l’impressione generale che tutti, dai pentastellati ai Berluscones, dai pidd(emocrist)i(a)ni ai legaioli, siano completamente incapaci di guidare il Paese, troppo attenti a “prendere voti”, senza tuttavia chiarire cosa intendano poi farci, con tutto il consenso guadagnato.

I cittadini in tutto questo non hanno altra scelta che protestare, nella convinzione crescente che nessuno li rappresenti e che nessuno faccia i loro interessi. Come sosteneva Grillo tempo addietro, il MoVimento 5 stelle è stato essenziale nell’intercettare il malcontento crescente e incanalarlo verso binari di legalità e partecipazione sociale positiva e attiva. Ormai però le carte sono scoperte. La favola non regge più.
Il risultato (non definitivo) è quindi quello odierno: una mobilitazione disorganica, che colpisce altri cittadini anziché le istituzioni (meglio presidiare il Parlamento o occuparlo, che bloccare un’autostrada, no?) e che genera una sorta di astio fratricida, una “guerra tra poveri”, a tutto vantaggio dei veri responsabili, intoccati e intoccabili nei loro alti castelli (cit.) e nei palazzi di vetro. Manca persino la necessaria chiarezza di pensiero; i concetti di fondo della protesta (vedere il volantino allegato) sono un maldestro tentativo di sintesi fra vari temi sensibili e problematici, senza però la benché minima profondità cognitiva; un guazzabuglio di capisaldi pentastellati con un pizzico di Nuovismo renziano e manciate di Lega e berlusconismo q.b. Insomma il degno risultato della propaganda semplicistica e minimizzatrice (esempio più fulgido: l’auspicato referendum sull’Euro, che nella realtà dei fatti ci precipiterebbe in una bancarotta peggiore di quella greca).
Anche per questo, purtroppo, i “forconi” dureranno poco. La migliore strategia è l’indifferenza. Già gli organi di stampa ne parlano molto meno. Il Natale si avvicina. Tempo un paio di settimane e nessuno quasi se ne ricorderà più. Resterà solo la disperazione degli emarginati in un paese che, al netto delle dichiarazioni pararivoluzionarie, corre davvero il rischio di non riuscire a cambiare mai (se non in peggio).
Senza voler gettare la croce addosso a qualcuno in particolare (o più che ad altri), credo che lo stazionamento a cinque stelle sia l’epifenomeno più rappresentativo del rischio che corriamo.

Madiba

Ora che è morto, Nelson Mandela diventerà un feticcio ancora più di quanto già non fosse in questi ultimi anni di vita, complice anche il suo eclissamento dalla vita pubblica e un’ottima pellicola firmata (e filmata) da Eastwood.

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Foto tratta da “La Repubblica”
(http://www.repubblica.it/esteri/2013/12/06/foto/nelson_mandela_icona_del_sudafrica_le_immagini-72812543/1/?ref=HREA-1#20)

Un grand’uomo. Un pacificatore. Un donatore di libertà (vera; non come i sedicenti di casa nostra). Ma anche un guerrillero; un rivoluzionario nel senso più antico e autentico, pronto a impugnare le armi per la causa in cui credeva. E’ proprio questa parte della sua vita che è già stata completamente dimenticata, cancellata. Remota nel tempo, per carità, eppure estremamente incidente sulla personalità di Madiba, padre amorevole verso il suo popolo, presidente geniale nel comprendere le esigenze del suo paese e nel mantenerlo unito, ma anche politico inflessibile nella difficile trattativa con Frederik Willem de Klerk per l’abolizione dell’apartheid.

Ecco, per una volta mi piacerebbe ascoltare, vedere e leggere meno agiografia. O per lo meno non aspettare 40 anni – come nel caso di John F. Kennedy – per scorgere l’uomo (e che uomo!) dietro al feticcio.