Piove, Governo ladro

La pioggia cade battente; e ogni volta ormai sono disastri.

Un uomo cammina in una strada allagata a Siliqua, in Sardegna, il 18 novembre.
(ANGELO CUCCA / AFP / Getty Images)

La Sardegna è solo l’ultimo esempio. Nel 2011 era stata la Liguria. L’anno prima il Veneto. E via così a ritroso nel tempo.

I fenomeni meteorologici sono diventati violenti, a causa del cambiamento climatico che in troppi – mossi da interessi non sempre limpidi – si ostinano a negare. All’origine di tutto non c’è la natura crudele e cattiva che spesso viene dipinta dai telegiornali, bensì l’uomo. L’uomo è infatti alla base del cambiamento climatico; e sempre l’uomo è colpevole degli effetti devastanti dei fenomeni atmosferici, che potrebbero essere contenuti e mitigati usando accortezza e saggezza maggiori.

Pian piano – finalmente! – qualcuno inizia a rendersene conto. Le coscienze si destano, ma sono ancora in una fase di pigro stiracchiamento. Per lo meno si è giunti ad ammettere che all’origine del problema ci sono le scelte dell’uomo in politica edilizia e ambientale. Il tiro però rimane un po’ sbilenco. Le responsabilità degli amministratori locali sono evidenti (come dice Cecchi Paone), ma i condoni edilizi (vero, on. Comi?) sono decisioni del Governo nazionale, non locale. Pure ammettendo ciò, è davvero la gestione “pubblica” l’unico problema? In Italia criticare lo Stato e le amministrazioni regionali e comunali è da decenni uno sport nazionale (che se fosse olimpico sarebbero oro, argento e bronzo assicurati da Rio de Janeiro fino al 2128), soprattutto in un periodo come quello in cui viviamo, dove la macchina statale è vista come un onere inutile, quand’anche non dannoso, che soffoca il povero cittadino (basterebbe andare in Scandinavia per accorgersi di quanto ci sbagliamo). Non possono tuttavia essere taciute e obnubilate le responsabilità dei privati, di chi commette abusi edilizi, dei costruttori che hanno chiesto e ottenuto (magari oliando gli ingranaggi della burocrazia) il permesso di costruire ai lati di un fiume, su una costa a picco sul mare, sulle pendici di una collina. La colpa è assolutamente in concorso.

Ciò che poi annichilisce e fa specie, è l’ipocrisia dei visi che piangono, mentre le mani brigano per vendere ampie porzioni del demanio pubblico (spiagge in primis) ai privati, ansiosi di edificare qualche new town. O ci siamo dimenticati di chi rideva la notte del terremoto a L’Aquila?

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