Il Capitano e il Male incarnato

Incollo alcuni stralci di una mail giuntami ieri sulla posta elettronica dell’istituto culturale presso il quale lavoro.

Oggi 11 ottobre 2013 è morto il capitano Erik Priebke –  mi ha detto un collega che più volte lo ha scortato – che amava ancora farsi chiamare così, con il suo vecchio grado e forse è normale considerando che dalla strage delle Fosse Ardeatine del 24 marzo 1944 sino al suo ultimo giorno di vita non ha mai proferito una parola di pentimento e nemmeno un’espressione di comprensione per le vittime o le loro famiglie.Non è mai cambiato, il tempo è passato ma lui è rimasto quel che era: un nazista.
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E’ morto il capitano Erik Priebke. Con la sua morte però non si dica che si è chiusa una storia quella dei 335 trucidati, quella dei 9 mesi di occupazione, quella della fame e della miseria, quella della città aperta, quella del 16 ottobre 1943, quella dei fucilati, quella dei torturati, quella di Via Tasso, quella di Teresa Gullace…La Storia non si chiude gli uomini possono dimenticarla al prezzo però di riviverla.
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Tutto pienamente condivisibile, ma mi preme precisare una cosa. Priebke può essere perdonato o meno: è materia che attiene all’animo di ciascuno di noi, e a Dio – per chi è credente. In nessun caso però egli deve assurgere al ruolo di “mostro” o di “male assoluto“, così come lo stesso non deve accadere per gli altri nazisti, né per il nazismo in generale. L’opera di disumanizzazione concorre solo a ripulire le coscienze, a inculcare in noi la convinzione che determinati avvenimenti sono stati del tutto eccezionali e per questo non accadranno mai più. Priebke era un mostro, si dice; ed Eichmann (poco più di un burocrate, in realtà), il male in tutta la sua banalità. Questa semplicità ci fa sentire bene, ci dà serenità. E’ una calda coperta che ci conforta nelle notti di inverno, quando fuori il gelo attanaglia le viscere e le tenebre avvolgono i contorni delle cose. Laggiù, lontano, ci sono i demoni, che non hanno nulla a che vedere con noi umani.

— Intermezzo satirico

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Erik Priebke Teschio Rosso in un’immagine d’archivio

— Fine intermezzo satirico

Priebke però era un uomo a tutti gli effetti; aveva una moglie, dei sogni, delle aspirazioni. Ed erano uomini anche coloro i quali hanno fatto nascere e crescere il nazismo; anche loro con sogni e aspirazioni non necessariamente di sterminio. Cosa li ha resi così spietati? Cosa ha fatto compiere loro determinate scelte? Sono domande necessarie, che tuttavia non possiamo porci se non considerando l’inevitabile “umanità” sia di un singolo capitano delle SS che del nazismo in tutto il suo complesso. Se invece eliminiamo ogni profondità sociale, storica, politica – in una parola: se eliminiamo la componente “umana” – noi rinunciamo a capire; o anche solo a considerare e a temere (la paura è un fortissimo stimolo intellettuale) che tutto possa succedere di nuovo.

Si ripete spesso che i tempi sono cambiati, eppure qualche mese fa il governo di ultradestra ungherese ha proposto il censimento dei cittadini ebrei.

In generale a me piace ricordare quello che sostiene Victor Serge in Memorie di un rivoluzionario, e cioè che ogni individuo in cuor suo è fondamentalmente “totalitario“. Lo possiamo constatare ogni giorno, guardando un telegiornale, parlando con famigliari, amici o colleghi, osservando il comportamento delle persone per strada o sui mezzi pubblici. Le cause che hanno scatenato determinati eventi permangono in ognuno di noi. E se dovessimo trovarci in situazioni particolari, possiamo davvero essere certi delle nostre reazioni? Se ci si chiedesse ad esempio la più insignificante delle complicità (come azionare una semplice leva, identica a quella che apriva i condotti da cui fluiva lo Zyklon B), sotto minaccia di imprigionamento o fucilazione, quale scelta faremmo? La più facile? La più difficile? Una via di mezzo?

La memoria da sola non è sufficiente. Non basta “ricordare che questo è stato” (cit.), se poi ci convinciamo che a compiere il “questo” siano stati dei “diversi”, degli “estranei”, dei “mostri”, dei “non umani”. La memoria sarebbe monca, perché priva di spirito critico e consapevolezza. La stessa consapevolezza che ci permetterebbe di scorgere nel nostro animo o in quello di chi ci sta vicino i nuovi prodromi della depravazione umana.

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