11 settembre. 40 anni fa.

Prima dell’11 settembre 2001, la data odierna era ricordata (da pochi, in verità) per un’altra tragedia contemporanea, vale a dire il colpo di stato in Cile del 1973. Alle nostre latitudini se n’è sempre parlato poco e spesso in ambienti “di nicchia”. In occidente, per logiche politiche da (e post) guerra fredda, non ha mai suscitato grande commozione il fatto che un governo socialista democraticamente eletto venisse rovesciato manu militari da un esercito nemmeno troppo segretamente finanziato dagli Stati Uniti d’America, con la sagace mediazione di Henry Kissinger, premiato quello stesso anno con il Premio Nobel per la pace (istituzione invero assai bizzarra, considerando quanto spesso venga assegnato ad individui dai comportamenti per lo meno ambigui).

Sul suo blog, Alessandro Gilioli ha ricordato l’avvenimento ieri (http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/09/10/cose-stato-il-golpe-in-cile/), riassumendo il pensiero del regista cileno, italiano e argentino Marco Bechis (Garage Olimpo). Ed è effettivamente meritoria la sua visione di un America latina come terreno di addestramento (il “cortile di casa” degli USA, recita una condivisibile metafora) per le politiche attuate poi nel mondo occidentale tra la fine degli anni ’70 e gli anni ’80. Meritoria soprattutto perché regge alla prova più importante, quella dei fatti.

Di cianciar s’è fatto anche troppo.
Ora è l’ora (o l’ora è ora) di ricordar

Salvador Allende, documentario del regista cileno Patricio Guzmán.

 

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