Due più due fa cinque

A volte invece fa tre. A volte fa cinque, quattro e tre contemporaneamente.

156924_1734904261245_6855037_nChiunque abbia letto 1984 di George Orwell sa bene a cosa sia riferita la citazione (per gli altri, c’è Google). E’ la verità stravolta e rimodellata dal potere, che la plasma a suo uso e consumo. E’ la mistificazione creata ad arte per imporre al popolo una menzogna, tramutandola in realtà.
E’ esattamente quello che sta accadendo da ieri sera, da quando cioè il PdL ha diffuso la versione ufficiale sul motivo delle dimissioni dei suoi ministri dal governo. In estrema sintesi: “Ci siamo resi conto che con questo governo era impossibile ridurre le tasse”. Traduzione: “Lo abbiamo fatto per i cittadini; lo abbiamo fatto per voi”
Avendo letto i giornali o guardato la televisione nell’ultimo mese, ci si dovrebbe subito accorgere che qualcosa non torna, per alcuni semplici motivi.

  1. L’abolizione della prima rata dell’IMU è cosa ormai stabilita ed occorre solo la ratifica del Parlamento. Se il governo cade e le camere vengono sciolte, l’IMU si pagherà come da programma iniziale.
  2. La sospensione dell’aumento dell’IVA doveva essere discussa in Consiglio dei Ministri in questi giorni, per poi approdare in Parlamento. Da una settimana a questa parte (grossomodo dal famoso videomessaggio del 18 settembre) tuttavia, l’attività già di per sé non alacre del Consiglio dei Ministri, si è sostanzialmente arenata, a causa delle continue discussioni sulla decadenza o meno di Silvio Berlusconi.
  3. Da inizio settembre, ovvero da quando è stata emessa la sentenza di condanna dalla Corte di Cassazione, il PdL in toto ha posto l’accento sulla cosiddetta “agibilità politica” del proprio leader, minacciando a più riprese l’alleato di governo di far saltare il banco nel caso in cui Berlusconi fosse stato dichiarato ineleggibile per la legge Severino o decaduto dal ramo parlamentare di appartenenza (il Senato). Cosa che infatti ieri è puntualmente accaduta.

I motivi della scelta di cui sopra sono quindi fin troppo chiari, e per stessa ammissione dei diretti intessati, almeno stando alle dichiarazioni rilasciate fino a due giorni fa. La menzogna però è necessaria, soprattutto in vista delle elezioni e della relativa campagna elettorale. Ascolteremo il mantra delle “dimissioni dal governo delle tasse per salvare i cittadini dallo Stato che vuol mettere loro le mani in tasca” (magari accorciato in versioni più spendibili) fino allo sfinimento; fino a che, magari fra 10 o 20 anni (o anche solo 10 o 20 minuti), molto si convinceranno che quella è la “veramente vera verità” (cit.). La stessa per la quale due più due fa tre, quattro e cinque contemporaneamente e il primo governo Berlusconi è caduto a causa dell’avviso di garanzia della Procura di Milano. Dopo di che tutti ameremo il Grande Fratello.

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Capitani coraggiosi

capitanicoraggiosiNel 2006 la compagnia aerea di bandiera italiana, Alitalia (Linee aeree italiane) è sull’orlo del baratro. Il fallimento e la chiusura sono a un passo. Si fanno avanti alcuni acquirenti, tra i quali Lufthansa e AirFrance. Le offerte per rilevare la compagnia sono allettanti, ma i Tedeschi non offrono garanzie sul mantenimento di Roma Fiumicino come hub principale (preferirebbero Malpensa, che di lì a poco entrerà definitivamente nell’oblio); i Francesi invece sì. Il 21 dicembre 2007 il cda di Alitalia identifica in Air France-KLM l’interlocutore con cui avviare una trattativa in esclusiva. La scelta è avallata anche dall’azionista principale, ovvero lo Stato italiano.
Il piano francese prevede un sostanzioso versamento per le azioni, con totale accollamento dei debiti finanziari della compagnia italiana (circa 1,4 miliardi), a fronte però di 2300 esuberi e di una fortissima riduzione degli stipendi di dirigenti e manager (quelli di AirFrance all’epoca guadagnavano grossomodo 1/10 rispetto alle controparti di Alitalia).
Qui accade l’imprevisto. I sindacati si oppongono ai licenziamenti. Il capo del futuro governo imposta la propria campagna elettorale sulla difesa dell’italianità della compagnia di bandiera, che deve “restare in mani italiane”. Il patriottismo d’accatto porta in dote una bizzarra alternativa: una cordata composta da una banca (Intesa San Paolo) e da una serie di imprenditori italiani. Ecco i nomi (spero tutti, ma non garantisco): Benetton, Gavio, Riva (quello dell’ILVA di Taranto), Colaninno (figlio dell’allora ministro delle infrastrutture del governo-ombra veltroniano), Angelucci (ora indagato per truffa allo Stato), Toto (proprietario di AirOne, unico con esperienza nel settore), Ligresti (ora indagato), Mancuso, Carbonelli-D’Angelo, D’Avanzo, Orsero, Tronchetti Provera (quoque ille, onnipresente), Caltagirone (ora indagato per frode fiscale), Bellavista, Fratini, Traglio, Crociani, Maccagnani, Fontana, Manes, Marcegaglia. Una bella compagnia, non c’è che dire. Anzi, una bad company, proprio come quella che viene appositamente costituita per assorbire tutti i debiti pregressi di Alitalia. In matematica però, così come in natura, nulla si crea e nulla si distrugge; e le perdite in qualche modo devono essere ripianate. E’lo Stato italiano che se ne fa carico, con una manovra finanziaria che impone ad ogni cittadino un esborso straordinario calcolato in circa 172 euro cadauno.
Dulcis in fundo, non c’è certezza sugli esuberi. 2000? 6000? 4000 con riassunzione programmata in un secondo momento (eppure ancora aspettano)?
La situazione pare surreale. Al posto di un acquirente in possesso di ottime referenze e che avrebbe permesso allo Stato (quindi a noi tutti) di chiudere la vendita in attivo (tra costo delle azioni e risoluzione del dissesto finanziario ), se n’è preferito uno che, oltre ad avere competenze ridotte (e quindi minori garanzie di “buona gestione”), ha pure prodotto un passivo.
Sembra un dejà vu del triangolo Alfra Romeo-Opel-Fiat di craxiana memoria.

— Breve parentesi metaforica:
Immaginiamo di dover vendere una bella credenza antica, un po’ rovinata ma ancora funzionale. I costi di ristrutturazione sarebbero troppo alti per noi, perciò cerchiamo un acquirente.
Acquirente uno (uomo con la “r” moscia ma perbene, che vive dall’altra parte della città; amante delle lumache; collezionista di mobili antichi): “Le offro mille euro. La rimetto come nuova e tutta a mie spese. Lei non dovrà preoccuparsene più.”
Acquirente due (uomo con spiccata gestualità ma perbene, che vive nello stesso condominio; amante della pizza; collezionista di tutto fuorché di mobili): “Le offro un mazzo di fiori. Però me la rimette a posto lei, a sue spese. Posso scroccarle una sigaretta?”
— Fine parentesi metaforica.

“Ma almeno abbiamo salvato l’italialità della compagnia di bandiera!”, si potrà dire. Non del tutto vero, visto che nel 2009 AirFrance ha acquistato circa il 25% di Alitalia e che un anno dopo, nel 2010, Rocco Sabelli, allora amministratore delegato della compagnia aerea italiana, ha dichiarato: “La mia opinione personale, che trasformerò in una raccomandazione agli azionisti, è di costruire una fusione tra le due compagnie [Alitalia e AirFrance] per confluire in un aggregato più grande”.
Oggi l’argomento torna di stretta attualità, essenzialmente a causa dell’acquisizione di Telecom Italia da parte degli Spagnoli di Telefonica. Per quanto sia un caso assai differente, anche qui si toccano discrete vette di surrealtà. Con l’aggravante, in questo caso, di essere giunti alla vendita non solo di un’azienda, ma dell’intera infrastruttura italiana delle telecomunicazioni (eccezion fatta per i pochi punti in cui Fastweb ha implementato linee proprie). Ora già si prepara la marcia indietro, motivata da strampalati discorsi sulla presunta “sicurezza nazionale”. Se davvero così fosse, basterebbe pronunciare la frase che suscita l’anatema do ogni liberista: “statalizzazione della rete”.
Ad ogni modo sarò blasfemo, ma non giudico il problema dirimente. Dirimente è secondo me l’analisi generale di un paese fatto a pezzi da coraggiosi capitani di industria che oggi, nonostante i ripetuti fallimenti, si ritrovano comunque più ricchi di trent’anni fa (http://temi.repubblica.it/micromega-online/super-manager-questi-costano-come-i-partiti/), smembrando società, trasferendole all’estero (dove governi compiacenti li sovvenzionano; non raccontiamoci la solita menzogna del minore costo della manodopera), sedendo contemporaneamente in quattro o cinque consigli di amministrazione. Intanto attorno a loro (e spesso per causa loro) molti perdono il lavoro; e coloro che sono così bravi o fortunati da mantenerlo, sempre più spesso sono costretti a lavorare di più e a guadagnare di meno.
Ma si sa: in Italia non si investe per colpa dell’articolo 18 e di sindacati come la FIOM. E’ questo il motivo per cui AirFrance non ha comprato Alitalia nel 2008, giusto?
E due più due fa tre, quattro e cinque allo stesso tempo… (cit.)

L’ordigno fine di mondo


Dal blog di Alessandro Gilioli:

La strada scelta da Berlusconi, alla fine, è quella che si era anticipata qui, l’8 settembre scorso. Era, del resto, la più prevedibile. Vediamo cosa ci aspetta, quindi.

Il Cavaliere vuole elezioni anticipate?
A questo punto è evidente. Le dimissioni di massa, aldilà dei controversi effetti pratici, sono un tentativo di delegittimare l’attuale Parlamento, per farne un altro. D’altro canto è da settimane che Berlusconi sta preparando la campagna elettorale, vuoi con il rilancio di Forza Italia vuoi con la prenotazione nelle città dei cartelloni ’sei per tre’, confermata dallo stesso Pdl.

Qual è lo scopo?
Evitare il voto dell’Aula del Senato sulla sua decadenza. Con le elezioni anticipate, lo scudo di senatore gli resta finché non vengono elette nuove Camere.

Perché?
Se si sospende l’attività del Senato, Berlusconi si toglie dai piedi l’applicazione immediata della legge Severino. Così resta parlamentare finché non vengono esauriti altri tre passaggi: la Corte d’Appello gli ricalcola l’interdizione dai pubblici uffici, la Cassazione conferma questo ricalcolo, il prefetto di Campobasso applica l’interdizione (essendo il Molise il suo collegio di elezione). In tutto, possono passare altri cinque o sei mesi: si va almeno a fine febbraio.

E cosa se ne fa B. di arrivare a fine febbraio?
Nella testa di Berlusconi, il caos delle prossime settimane dovrebbe essere tale da costringere Napolitano a sciogliere le Camere non oltre la fine di ottobre, consultazioni comprese. Dal momento dello scioglimento delle Camere al nuovo voto, come noto, passano tra i 45 e i 70 giorni. Quindi si potrebbe andare alle urne, ad esempio, in una domenica tra il 15 dicembre e il 5 gennaio. O anche un paio di settimane più in là: quello che gli basta è anticipare l’applicazione dell’interdizione dai pubblici uffici. L’obiettivo è chiaro: farsi rieleggere prima della decadenza, ottenere un Parlamento dalla sua parte e, immediatamente, garantirsi apposite leggi ad personam, insomma un salvacondotto.

Ma può farsi rieleggere? La legge Severino non glielo impedisce?
Certo che glielo impedisce, in teoria. Ma siamo daccapo con gli scazzi degli ultimi mesi: lui sostiene che la Severino non può applicarsi al suo reato perché questo è precedente l’approvazione della legge, e che in ogni caso la Costituzione gli garantisce il diritto di vedersi approvata o negata l’elezione dalla Camera di appartenenza. Quindi è pronto a ricorrere al Tar e al Consiglio di Stato, ma soprattutto a fare la vittima in campagna elettorale. Ad ogni modo, anche se personalmente non ottenesse un seggio, l’obiettivo è disporre al più presto di una maggioranza che gli faccia un qualche tipo di salvacondotto.

Però non si sono mai viste elezioni a Natale. E poi c’è la legge di stabilità da approvare.

Ormai a Berlusconi non frega nulla né della prassi, né della legge di stabilità. Semmai qualche problema potrebbe arrivare dalla Consulta, che il 3 dicembre deve decidere sulla costituzionalità del Porcellum, ma la questione è giuridicamente complessa e probabilmente si finirebbe per votare lo stesso. Tra l’altro in realtà c’è un precedente di voto ‘natalizio’ in Italia, seppure locale: le regionali che si sono tenute in Abruzzo il 15 dicembre del 2008 (vinte dal Pdl).

Ma come si è arrivati a questo punto?
Berlusconi si è deciso a scagliare la bomba ‘fine di mondo’ quando ha capito due cose. Primo, che i margini di mediazione con Napolitano si erano esauriti di fronte alla questione della cosiddetta ‘esaustività’ della grazia: il Quirinale era disposto a un atto di clemenza ma solo per la pena principale e non per quella accessoria (l’interdizione), come del resto anticipato dal comunicato di agosto del Colle. Secondo, il Cavaliere ha orecchiato che nei tribunali di Milano, Bari e Napoli le cose non si stanno mettendo bene per lui: quindi teme che una volta decaduto da parlamentare, gli arrivi un mandato d’arresto. Con il carcere vero, non domiciliari o servizi sociali.

Ma è uno scenario realistico? Rischia davvero le manette, se decade da parlamentare?
Questo lo sanno solo i giudici delle tre città citate. Certo è che il suo curriculum per quanto riguarda il rischio di inquinamento delle prove è pessimo: è di corruzione giudiziaria che è indagato a Bari, è per aver pagato dei testimoni del processo Ruby che sarà probabilmente indagato a Milano. Quanto al pericolo di fuga, dispone di aerei privati che gli consentirebbero di andarsene anche se gli hanno ritirato il passaporto. Insomma, potrebbero non mancare i presupposti per un provvedimento cautelare, che non avrebbe direttamente a che fare con la condanna definitiva per frode fiscale.

Funzionerà o no questa ‘bomba fine di mondo’ di Berlusconi?
È una partita aperta. Gli ostacoli sulla sua strada sono fondamentalmente tre.

Primo?
Napolitano, è ovvio: fallita la trattativa, la rottura ora è evidente. Il Quirinale farà di tutto per non andare al voto, tanto meno così in fretta. Berlusconi potrebbe strepitare all’infinito, ma il Colle per contro potrebbe tirarla in lungo con consultazioni, preincarichi, incarichi e così via.

Secondo?
I ‘riservisti’, come vengono chiamati. Cioè i parlamentari del Pdl o di forze limitrofe (tipo Gal) che potrebbero cambiare casacca per sostenere un altro governo dopo quello attuale: vuoi un Letta bis, vuoi un esecutivo retto da Grasso o da altre figure ‘di profilo istituzionale’. Con una dozzina di ‘riservisti’, Berlusconi finirebbe all’opposizione e non riuscirebbe a far sciogliere le Camere.

Terzo?
Chi l’ha detto che andando a votare a gennaio Berlusconi ottenga la maggioranza in entrambe le Camere? Al momento i sondaggi parlano di un nuovo pareggio. In questo senso, si dice attorno a Forza Italia, Berlusconi teme soprattutto l’ascesa di Renzi.

Quindi cosa ci aspetta?
Se ci si arriva, la campagna elettorale più violenta di sempre. Del resto, è la bomba fine di mondo.

L’autunno (1994) dell’EgoArcore

Non è stato difficile in fondo. Si è trattato di aspettare circa 24 ore – giusto il tempo di raddrizzare una nave e far scemare l’attenzione mediatica – e puntualmente si è affacciato nelle nostre case, catodicamente straripante come suo solito. Sto parlando ovviamente del nuovo episodio del Commissario Montalbano.


In effetti no. Il riferimento era naturalmente al nuovo messaggio televisivo dell’EgoArcore, che potete vedere qui sotto:

Ops!
D’altra parte, ascoltando l’incipit non è facile distinguerli l’uno dall’altro. Ecco quell giusto (o “meno sbagliato”):

Farne un’esegesi, benché parziale, sarebbe impresa titanica, soprattutto per ciò che concerne la seconda parte, infarcita dei soliti slogan a tratti accusatori e a tratti autocelebrativi. Insomma, il senso di dejà vu è fortissimo.
Vi sono tuttavia un paio di passaggi che meritano una riflessione.

L’incipit è emozionale, come 19 anni fa. I sentimenti sono al centro del discorso. A suo tempo il fulcro era l’amore per l’Italia, generico ma molto patriottico, necessario per chi intendeva assurgere a ruolo di salvatore della nazione; oggi invece è il legame personale con gli elettori, chiamati prima “amici” e poi – a stretto giro di posta e con notevole incoerenza dialettica – paragonati a dei famigliari, ai quali si “vuole bene” (tentativo fin troppo esplicito di blandirli, fingendo un rapporto condifenziale).

“Che si fa in questi casi?” domanda il Nostro Padre Amorevole, “quando bisogna prendere una decisione importante che riguarda la nostra famiglia”.
Di primo acchito, ho sentito qualcuno ribattere “Boh, non so: si divorzia, si dà il mantenimento ai figli… Cose così, insomma”.
Da bi-divorziato, padre Silvio dovrebbe avere una certa esperienza.
Invece no, la sua ricetta è più semplice: “Ci si guarda negli occhi, ci si dice la verità…”
link
Ad esempio, no?

Il tentativo di avvicinamento all’interlocutore prosegue parlando della crisi economica che sta colpendo l’Italia e il mondo occidentale in genere. Subito però avviene il balzo: da una dimensione paritaria e colloquiale (da “pacca sulla spalla” e “siamo tutti sulla stessa barca”) si stacca e si eleva il grand’uomo, statista e imprenditore, che espone con semplicismo disarmante la sua visione economica. E di nuovo sembra di piombare indietro di vent’anni, con la mera contrapposizione (ormai priva di senso) tra comunismo/statalismo e liberalismo.

Eccone l’estratto: “Siete certamente consapevoli che siamo precipitati in una crisi economica senza precedenti, in una depressione che uccide le aziende, che toglie lavoro ai giovani, che angoscia i genitori, che minaccia il nostro benessere e il nostro futuro.
Il peso dello Stato, delle tasse, della spesa pubblica è eccessivo: occorre imboccare la strada maestra del liberalismo che, quando è stata percorsa, ha sempre prodotto risultati positivi in tutti i Paesi dell’Occidente”

In pratica, a ben interpretare queste parole, la crisi economica causata dall’eccesso di liberalismo, che si è tradotto ed è sfociato in un liberismo senza freni e controlli, si risolve inibendo ancora di più quei freni e quei controlli. E’ come curare i brufoli con una dieta a base di pizza, cioccolato e cocktail di ormoni; o risolvere i problemi respiratori con un soggiorno di un mese all’ILVA di Taranto.
Qui poi occorre un distinguo fondamentale sul lemma e sul suo significato. Se per il liberalismo s’intende la dottrina politica, allora esistono molti paesi occidentali (quelli dell’Europa del nord, ad esempio) che lo praticano attraverso il mantenimento di uno stato sociale solidissimo, gestito dallo Stato e finanziato dalle tasse. Se invece il liberalismo è inteso da un punto di vista prettamente economico (e mi pare francamente il caso), si parla di liberismo, e allora giova ricordare come i paesi occidentali ne abbiano sperimentato a più riprese gli effetti nefasti, anche tralasciando la crisi attuale. Quando deflagrò quella del 1929, per tre anni il Presidente americano Herbert Hoover tentò di risolverla con scelte liberiste e antistataliste. Fallì miseramente e alle elezioni del 1933 venne annichilito dal candidato democratico F.D. Roosevelt, che un anno dopo approntò il celeberrimo New Deal. In tempi più recenti, Argentina, Cile e – per certi versi – Grecia ci ricordano che sono molte le incognite e altrettanti i pericoli in cui si incorre “imboccando la strada maestra”.

“I nostri ministri hanno già messo a punto le nostre proposte per un vero rilancio dell’economia, proposte che saranno principalmente volte a fermare il bombardamento fiscale che sta mettendo in ginocchio le nostre famiglie e le nostre imprese”.

E’ indubbiamente vero. Ciò che però viene scientemente omesso è il modo in cui siamo giunti nelle attuali condizioni. Nello specifico, manca ogni riferimento ai governi che, negli ultimi 10 anni, hanno portato il carico fiscale su cittadini e imprese a livelli inediti. Sfortunatamente la (mai troppo) breve esperienza del governo Monti ha caricato l’intero peso delle scelte scriteriate sulle fragili spalle del Professore bocconiano (che infatti ne è stato schiacciato e quasi frantumato alle recenti elezioni). Ma il governo Monti non era forse sostenuto anche dal PdL? E chi lo ha preceduto? Chi ha varato (e poi effettuato) l’aumento dell’IVA dal 20 al 21%? Era il settembre 2011 e la risposta non è Topo Gigio.
Se poi qualcuno è convinto che l’IVA non sia una tassa…
Libero Iva Tasse - Nonleggerlo

Ma che, per davvero?

“Ma devo ricordare che gli elettori purtroppo non ci hanno mai consegnato una maggioranza vera, abbiamo sempre dovuto fare i conti con i piccoli partiti della nostra coalizione che, per i loro interessi particolari, ci hanno sempre impedito di realizzare le riforme indispensabili per modernizzare il Paese, prima tra tutte quella della giustizia.”

In quasi settant’anni di storia Repubblicana, solo un governo è riuscito a portare a termine il proprio mandato, restando in carica per la durata canonica (e fatidica) di 5 anni (pur con un rimpasto interno). Anche in questo caso, non si tratta di un governo monocolore (grigio) Topo Gigio. Presidente del Consiglio incaricato a giugno del 2001, Berlusconi ha mantenuto ben saldo il seggio fino a maggio 2006. Un lustro – meno un mese – per compiere tutte le meraviglie che la sua mente vagheggiava.
Non contenti, gli Italiani gli hanno dato una seconda possibilità, che resta comunque tra le più longeve malgrado l’epilogo tecnico: maggio 2008-novembre 2011. Il totale è di 8 anni negli ultimi 13, cioè dall’inizio del nuovo millennio.
Gli elettori però, dice lui, non gli hanno mai consegnato una maggioranza vera. E infatti:

E se da un lato gi va riconisciuto che la seconda esperienza è stata effettivamente parecchio travagliata (tra finiani e spread), oggettivamente fatico a ricordare quali ostacoli abbiano posto i piccoli partiti afferenti alla Casa delle Libertà nel quinquennio 2001-2006.
In realtà fatico a ricordare anche quali ostacoli abbia posto l’opposizione…

Probabilmente ciò a cui mira il Nostro è una sorta di plebiscito. Un 100% tondo tondo sfuggito persino ai più eminenti statisti di Germania, Italia e Unione Sovietica (per citare gli esempi più famosi). La verità è che ottenere il 100% alle elezioni è pressoché impossibile e dubito che qualcuno possa sinceramente credere il contrario.
grilloal100
Ma che, per davvero? bis

A questo punto è evidente che l’Uomo è provato (ed io pure a stargli appresso).
–>Premiamo il tasto FFW

“Questa magistratura, per la prevalenza acquisita da un suo settore, Magistratura Democratica, si è trasformata da “Ordine” dello Stato, costituito da impiegati pubblici non eletti, in un “Potere” dello Stato, anzi in un “Contropotere” in grado di condizionare il Potere legislativo e il Potere esecutivo e si è data come missione, quella – è una loro dichiarazione – di realizzare “la via giudiziaria” al socialismo.”

Depurando il discorso dalle teorie complottistiche, appare chiaro che il Nostro non abbia ben chiaro il concetto di democrazia e di equilibrio dei poteri. I poteri legislativo, esecutivo e giudiziario DEVONO essere ciascuno il contropotere degli altri; separati tra loro, controllori e controllati, affinché nessuno prevalga sugli altri. In questo senso, il fatto che il Nostro non abbia ancora fatto un giorno di galera nonostante i 50 processi subiti (lo dirà più avanti), significa che la democrazia italiana funziona piuttosto bene. Ammesso che lui sia innocente, certo. Perché se fosse colpevole ma a piede libero, avremmo un grosso problema…

Non solo. Come ha sottolineato Gilioli sul suo blog ieri, viene da domandarsi “[…] chi sarebbero quelli che vogliono «realizzare il socialismo per via giudiziaria»? Chi sarebbero quelli che «utilizzano il braccio giudiziario visto che non sono stati capaci di farlo con gli strumenti della democrazia»?
Lo smandrappatissimo Pd, che by the way gli è alleato e che si fa tremebondo a ogni sua condanna? E chi nel Pd: Boccia, Renzi, Franceschini, Fioroni, Cuperlo? Enrico Letta? Il buffo capogruppo Speranza? L’impacciato ministro Orlando? Il giovane turco Orfini? Lapo Pistelli? Scalfarotto? Tabacci? I 101?”
Forse questi qui sotto:

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Ohibò!

“Subito, anzi immediatamente, i P.M. e i giudici legati alla sinistra e in particolare quelli di Magistratura Democratica si scatenarono contro di me e mi inviarono un avviso di garanzia accusandomi di un reato da cui sarei stato assolto, con formula piena, sette anni dopo.
Cadde così il governo, ma da quel momento fino ad oggi mi sono stati rovesciati addosso, incredibilmente, senza alcun fondamento nella realtà, 50 processi che hanno infangato la mia immagine e mi hanno tolto tempo, tanto tempo, serenità e ingenti risorse economiche.”

Si può senza dubbio dissertare sulla tempistica di consegna dell’avviso di garanzia (durante la Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulla criminalità transnazionale), ma questo paragrafo è emblematico, perché costituisce il mantra berlusconiano per eccellenza, la teoresi della sua dottrina, il fondamento primigenio e la formalizzazione statutaria del complotto persecutorio nel quale la magistratura diviene il principale motivo dei guai del Berlusconi politico.
Inutile dire che contiene molte inesattezze che è utile rimarcare.

  1. L’avviso di garanzia è una comunicazione che giunge a fine indagine e prima del processo. Ciò significa che Berlusconi era indagato già da qualche mese. Le carte confermano dal 1993, cioè ben prima della sua “discesa in campo”
  2. L’assoluzione per il processo sulle tangenti alla Guardia di Finanza avvenne in Cassazione e per insufficienza di prove, non con formula piena. La sentenza Mills ha di fatto stabilito che la testimonianza cardine di quel processo era falsa, perché l’avvocato inglese era stato pagato (e quindi corrotto) per mentire
  3. Il Governo non cadde per l’avviso di garanzia, bensì per il mancato accordo con uno dei partiti della coalizione (la Lega Nord, che gli tolse la fiducia) sulla riforma delle pensioni.
  4. I processi sono meno di una trentina anziché 50. E poi, qualche anno fa lui sosteneva che fossero 100. Com’è che diminuiscono sempre?

“Ed ora, dopo 41 processi che si sono conclusi, loro malgrado, senza alcuna condanna, si illudono di essere riusciti ad estromettermi dalla vita politica, con una sentenza che è politica, che è mostruosa, ma che potrebbe non essere definitiva come invece vuol far credere la sinistra, perché nei tempi giusti, nei tempi opportuni, mi batterò per ottenerne la revisione in Italia e in Europa.”

L’ordinamento giuridico italiano è chiaro e può essere riassunto essenzialmente così: esiste un primo grado di giudizio, seguito eventualmente da un appello, per stabilire se il reato sia stato commesso o meno; la corte di Cassazione è il terzo e ultimo grado di giudizio, deputato a decidere più nel metodo che nel merito (ovvero se vi siano stati nei primi due gradi vizi o difetti tali da rendere necessaria una revisione del processo o della sentenza). Per un cittadino italiano “normale” la storia finisce qui.
In casi del tutto particolari si può ricorrere a entità sovranazionali. Il più delle volte si tratta di procedure lunghe e costose, che non alterano però la verità incontrovertibile: in caso di condanna in Cassazione, per la legge italiana l’accusato è un reo a tutti gli effetti.


Game over

Quel che viene dopo è un lungo pamphlet autocelebrativo durante il quale, lo confesso, i miei occhi distratti hanno induguato su filmati di… Gare di Burlesque.

Poi però arriva il sussulto, lo scatto di reni, la zampata del campione: “Per questo dico a tutti voi, agli italiani onesti, per bene, di buon senso: reagite, protestate, fatevi sentire. Avete il dovere di fare qualcosa di forte e di grande per uscire dalla situazione in cui ci hanno precipitati.
So bene, quanto sia forte e motivata la vostra sfiducia, la vostra nausea verso la politica, verso “questa” politica fatta di scandali, di liti in tv, di una inconcludenza e di un qualunquismo senza contenuti: una politica che sembra un mondo a parte, di profittatori e di mestieranti drammaticamente lontani dalla vita reale.
Ma nonostante questo, ed anzi proprio per questo, occorre che noi tutti ci occupiamo della politica. È sporca? Ma se la lasci a chi la sta sporcando, sarà sempre più sporca… Non te ne vuoi occupare? Ma è la politica stessa che si occuperà comunque di te, della tua vita, della tua famiglia, del tuo lavoro, del tuo futuro.
È arrivato quindi davvero il momento di svegliarci, di preoccuparci, di ribellarci, di indignarci, di reagire, di farci sentire.”

Che se lo avesse detto Berlinguer, i comunisti sarebbero tutti lì a masturbarsi a vicenda (semicit.)

Da qui in avanti è come allo stadio, fino al culmine finale: “È arrivato il momento in cui tutti gli italiani responsabili, gli italiani che amano l’Italia e che amano la libertà, devono sentire il dovere di impegnarsi personalmente. E dunque: Forza Italia! Forza Italia! Forza Italia! Viva l’Italia, viva la libertà: la libertà è l’essenza dell’uomo e Dio creando l’uomo, l’ha voluto libero.”
E soprattutto: Campioni del Mondo! Campioni del Mondo! Campioni del Mondo! (cit.)

Ho la sensazione che questo autunno 1994 sarà lungo e caldissimo…

Il testo completo: https://www.facebook.com/notes/silvio-berlusconi/forza-italia-forza-italia-forza-italia/531532276917532

Indici di civiltà

Quando il dito non punta alla luna, ma al riflesso nel pozzo

catellani_7Sostiene l’ex Presidente del Senato Renato Schifani che il voto segreto è “Una garanzia di autonomia , allo scopo di evitare che il libero voto dei parlamentari […] venga condizionato, che rappresenta un principio di civiltà e un valore da tutelare”.

In tutta onestà – e in senso assoluto – non si può dargli torto. E tuttavia, l’autonomia dei parlamentari in Italia è garantita costituzionalmente dall’assenza del vincolo di mandato (tema assai dibattuto di recente, su cui tornerò in seguito), in base alla quale ogni deputato e senatore può stabilire in piena coscienza se e come votare una legge o un provvedimento, indipendentemente dalle modalità della stessa votazione (segreta o palese che sia).
Schifani quindi vaneggia? Ahimé no. Non perché non abbia a cuore la salute mentale dell’ex Presidente del Senato, di cui invece mi importa assai (…), bensì perché le sue buone motivazioni risiedono purtroppo in uno dei vizi atavici della politica italica. Si tratta, una volta ancora, di una discrasia tra forma e sostanza. Se da un lato infatti i parlamentari italiani sono legalmente e teoricamente autonomi, dall’altro è evidente come spesso essi siano eterodiretti dalle segreterie dei partiti, dalle “correnti” (laddove presenti) o persino dal Governo in carica (qualora lo sostengano o, più prosaicamente, sperino in future prebende).
Dunque il voto segreto elimina il problema? In parte. E in parte viene a sua volta usato come strumento di eterodirezione. Così accadde ad aprile, quando la “Carica dei 101” affossò Prodi nella marcia verso il Quirinale, non (tanto e solo) per una pregiudiziale nei suoi confronti, bensì per arrivare allo stallo istituzionale, preambolo necessario delle vagheggiate “larghe intese”.

Inciso sulla legge elettorale (astenersi disinteressati e perditempo)
Cambiare modalità di elezione dei nostri rappresentanti – dice qualcuno – cambierebbe radicalmente la situazione. Passare da una lista bloccata, selezionata accuratamente dai cosiddetti “apparati”, ad un elenco in cui scegliere il nominativo che più ci piace sarebbe un buon passo avanti, è fuor di dubbio. Anche in questo caso però, la lista sarebbe sempre decisa “dall’alto” e verosimilmente ci ridurremmo a scegliere non “un meglio” ma un “meno peggio”. Le preselezioni via internet, che hanno parecchi sostenitori accaniti, al momento non risolvono il problema: le “parlamentarie” grilline, esempio più fulgido del genere, hanno avuto una partecipazione talmente ridotta da aver perso ogni parvenza di legittimità ed hanno semmai dimostrato quanto il nostro paese sia impreparato ad un simile salto tecnologico (stasi che perdurerà, in un’epoca di magri investimenti nel settore).
Quale soluzione? Alcune ottime proposte sono sul tavolo. Per esempio quella dell’ex Presidente della Corte Costutuzionale Ainis a inizio 2012 (http://temi.repubblica.it/micromega-online/per-una-politica-meno-distante-dai-cittadini/), parzialmente e forse inconsapevolmente ripresa da Gilioli ieri (http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/09/16/mi-offro-come-moderatore/)

Al netto dei pregi incoerenti del voto segreto, viene comunque da interrogarsi su quali debbano essere le reali priorità ideologiche e politiche (ammesso che ancora ve ne siano). Se cioè abbia più valore difendere l’apparente autonomia dei parlamentari o incentivarne la trasparenza di fronte all’elettorato, facendo in modo che ogni decisione da loro presa nelle assemblee legislative sia palese e palesata. Quando si parla di “controllori” e “controllati”, ci si riferisce fondamentalmente a questo.
L’Onorevole Schifani non lo ignora, ma il suo indice di civiltà attualmente preferisce puntare al riflesso nel pozzo, piuttosto che alla luna. Non deve sorprendere: memore dei 101 di cui sopra, l’ex Presidente del Senato sa (o dovrebbe sapere) che il voto segreto è il miglior sistema per favorire i franchi tiratori, quelli che da anni si adoperano per salvare l’EgoArcore, pur trovandosi nello “schieramento politico a lui avverso” (semicit.). Perché è l’incolumità del capo ciò che importa davvero. Il resto – la luna e il pozzo, il riflesso e l’indice – è un contorno buono soltanto a nascondere l’enorme antenna televisiva che si staglia sopra alle fronde del nostro giardino.

Grazie, grazielle e grazie alle lettere al direttore

(post lunghetto)

Nell’ultimo periodo si sente parlare spesso di “grazie”, quasi mai di “grazielle” e quotidianamente di “grazie al…”.

Contestualmente pare tornata in auge una vecchia consuetudine nostrana, ovvero il recupero morale e ideologico di personaggi discutibili della storia passata, al solo scopo di giustificare le azioni di quelli della storia presente attraverso una sapiente opera di mistificazione. Sapiente non perché ben documentata e fedele alla realtà dei fatti, ma perché reiterata con robotica precisione in ogni sede disponibile, preferibilmente televisiva o comunque mediatica.

Ricordate?

°______°

Da un paio di settimane a questa parte infatti, si è puntualmente tornati a parlare – come si fece allora – della vicenda politica di Bettino Craxi. Quasi sempre a sproposito.

Al tempo dell’editoriale di Minzolini scrissi una lettera che mai spedii (pentendomene) e che voglio qui riportare. Un bel ripasso, soprattutto ora, non può far male. A qualcuno più di altri.

Egregio Direttore,

a distanza di qualche ora dal Suo editoriale, dopo attenta e meditata riflessione, ho sentito forte l’impulso di venirle in aiuto, per correggere le imprecisioni in esso contenute, prima che i Suoi abituali detrattori, ispirati dalle consuete pulsioni nostalgiche per l’epoca di Ho Chi Mihn, L’accusino di essere ammaestrato da un fantomatico novello MinCulPop (come se l’antifascismo fosse ancora un valore!) o di perpetrare un torto alla storia mediante azzardati sillogismi, libere interpretazioni e omissioni, magari persino finalizzate (ai loro occhi neo-stalinisti e vetero-comunisti) alla costruzione di un quadro artefatto e parziale, quand’anche non partigiano.
Fin da ieri sera infatti ho potuto udire e respirare un certo ingiustificato malessere, esplicitato senza remore da chi definisce le Sue argomentazioni sature di revisionismo, ed il Suo ragionamento trasversale e trans-temporale, utilissimo ad avallare le tesi odierne di chi, all’apice del potere, tenta di sfuggire ad un destino che sempre più assume i connotati, per altro ad esso propri, dell’ineluttabilità. Ciò è inaccettabile!
Inoltre, siccome la deontologia giornalistica impone di presentare con la maggiore dovizia possibile l’intero spettro dei fatti e delle testimonianze e di fornire una narrazione quanto più completa ed esauriente delle vicende, ritengo sia mio preciso dovere civile, nonché atto di estrema stima e cortesia, coadiuvarla nella difficile opera di rettifica, affinché si possa dare la giusta dimensione non solo all’uomo e al politico Bettino Craxi, ma pure ad un periodo storico estremamente importante e, purtroppo, spesso accartocciato in un’ottica artatamente controversa.
Procedo dunque a fare una rapida esegesi: Vamos! (per dirla con le parole di Andrea Scanzi, giornalista e anticomunista che apprezzo grandemente)

  • “Una democrazia costosa, permise per cinquant’anni al nostro Paese di restare nel mondo libero: da un lato i partiti che governarono la prima repubblica con i loro pregi e difetti, dall’altro il più grande partito comunista occidentale, con i suoi rapporti con l’Urss. Con la caduta del muro di Berlino, per il solito paradosso italiano, i vincitori, quelli che erano sempre stati dalla parte giusta, invece di ricevere una medaglia furono messi alla sbarra”
    Uno storico (quale sfortunatamente Lei ed io non siamo) obietterebbe che questo modo di illustrare 40 anni di storia italiana è un po’ troppo cristallizzato nella visione del primo dopoguerra; e che una tale semplificazione rischia di ridurre alla schematizzazione Don Camillo-Peppone di “Palazzeschiana” (mi si passi il termine) memoria, un periodo storico che invece è stato di straordinaria complessità, nonché colmo di mutamenti ideologici e politici su ambo i fronti (attenzione: qualcuno potrebbe addirittura parlare della seconda metà degli anni ’70 e rispolverare la figura di Enrico Berlinguer!). Altre feroci obiezioni potrebbero poi essere suscitate dalla divisione essenziale, quasi manicheista, tra Bene e Male, tra Giusto ed Ingiusto, a discapito di ogni sfumatura e profondità analitica. Comprendo la cavillosità di siffatti rilievi, ma lavorando a contatto con accademici e studiosi non ho difficoltà ad intuirne le possibili contestazioni. Per prevenirle urge documentarsi e approfondire, per eludere così i loro irragionevoli settarismi.
  • “[…] il reato portante di Tangentopoli, cioè il finanziamento illecito ai partiti, era stato oggetto di un’amnistia soltanto due anni prima: un colpo di spugna che preservò alcuni e dannò altri.”
    Mi permetto di suggerirLe che sarebbe forse opportuno ricordare come i soldi delle tangenti che confluirono nei conti di Bettino Craxi furono utilizzati sia sotto forma di finanziamento illecito al Partito socialista italiano (come Lei implicitamente sostiene), sia come fondi personali. Lo dicono i verbali di Giorgio Tradati e di Maurizio Raggio, i due prestanome a cui Craxi aveva affidato i suoi tre conti svizzeri: Northern Holding, Constellation Financière e International Gold Coast. E lo dicono anche le sentenze definitive dei processi a suo carico (“un appartamento a New York, due operazioni immobiliari a Milano, una a La Thuile, una a Madonna di Campiglio”, un “velivolo Sitation da 3 miliardi di lire”, un villino “a Saint Tropez per il figlio Bobo”, una villa e un prestito di 500 milioni per il fratello Antonio, “100 milioni al mese per l’acquisto di Roma Cine Tv”).
  • “La verità è che a un problema politico fu data una soluzione giudiziaria. E l’unico che ebbe il coraggio di porre in questi termini la questione, cioè Craxi, fu spedito alla ghigliottina. Per questo Craxi non volle mai vestire i panni dell’imputato”
    Ineccepibile: Craxi è assurto a simbolo di quella stagione politica, probabilmente con ingiustificato e indiscriminato accanimento. I soliti giustizialisti e seminatori di odio tuttavia, potrebbero anche avanzare la tesi secondo la quale ciò avvenne poiché egli fu indiscutibilmente uno dei personaggi di maggior rilievo istituzionale coinvolti direttamente nelle inchieste (Ad esempio, lunedì Travaglio già spiegava che per le tangenti Eni /Sai furono condannati esponenti di tutti i partiti – PCI compreso – ma che solo nel caso dei Socialisti era il segretario a ricevere in prima persona il denaro illecito). Altri livorosi, al colmo dell’acredine ed inclini all’insinuazione, sottolineeranno come la fuga, pardon, l’esilio di Craxi ad Hammamet fu più che altro una manifestazione fenomenica del timore di essere condannato (come poi effettivamente successe) che un rifiuto di “vestire i panni dell’imputato”. Ma non è il caso di farsi condizionare da illazioni che si fondano sulla dietrologia più bieca ed inqualificabile.
  • “E’ di quegli anni il vulnus che alterò i rapporti fra politica e magistratura. Un vulnus che per quasi un ventennio ha fatto cadere governi per inchieste che spesso non hanno portato da nessuna parte e che ha lanciato nell’agone politico i magistrati che ne erano stati protagonisti, che già per questo avrebbero dovuto dimostrare di non essere di parte”
    Superando il senso di “dejà-vu” che mi assale ogni volta che rileggo questo estratto, nasce spontanea in me una domanda che affonda le radici nella mia ignoranza: siamo sicuri che le inchieste non abbiano mai portato da nessuna parte? E poi, mi perdoni, ma non mi sovviene quali sarebbero i governi caduti per colpa dei giudici. E’ possibile che si renda necessario fare degli esempi pratici. D’altro canto, se il riferimento è all’ultimo governo della cosiddetta “Prima Repubblica”, mi azzardo a dire che ciò che seguì le inchieste di “Mani pulite” fu sacrosanto; e che, per evitare il crollo del sistema partitico e politico, sarebbe stato sufficiente scegliere qualcuno immune alla corruzione endemica che andava man mano disvelandosi. Se al contrario Lei intende evocare il governo Berlusconi I, mi permetto di insistere su un concetto obliato dai più (e perciò il ricordarlo Le sarà d’aiuto nel distinguerla dai suoi colleghi smemorati): fu la Lega Nord a far mancare la fiducia in Parlamento all’esecutivo dell’on. Berlusconi, un mese dopo l’avviso di garanzia e a causa di insanabili divergenze – se non erro – inerenti la riforma del sistema pensionistico.
  • “Ecco perché non ha bisogno di nessuna riabilitazione l’uomo, che accettando coraggiosamente da socialista e riformista gli euromissili, contribuì, insieme a Reagan e a papa Woityla, a mettere in crisi l’Urss, che disse di no agli americani nella crisi di Sigonella e affrontò i referendum sulla scala mobile”
    Sposo la Sua tesi: come potrei esimermi? Pur tuttavia, i soliti maligni rivendicano tutt’ora un significato più profondo della parola “riformista”; altri addirittura sono persino capaci di asserire che gran parte della forza riformista del PSI andò perduta proprio sotto la guida di Craxi. Questi inguaribili cripto-Castristi (già sento le loro voci erratiche e sbraitanti) sosterranno che il segretario del PSI scelse di asservire sé stesso e il suo partito alle logiche di potere dettate dalla Democrazia cristiana, anziché assecondare il cambiamento iniziato e voluto dai suoi predecessori, proponendo un modello di sinistra italiana alternativo ai Comunisti ed allestendo un “nuovo socialismo”, distante e differente da quello dell’URSS. Ma non è certo a queste vuote teorie che stimolano lo sbadiglio che ci si sente in dovere di replicare! No! Piuttosto val la pena concentrarsi su Sigonella e gli euromissili, sulla crisi dell’URSS e la scala mobile, integrando l’elenco che ad una prima occhiata pare un po’ parziale. Lei dimentica, Egregio Direttore, alcuni fatti rilevanti, che perciò mi premuro di annotarLe, a futura integrazione. Come non menzionare l’amicizia di Craxi con Arafat, a cui passava i soldi pubblici e che lo stesso presidente dell’O.L.P. depositava su conti personali? Ed i rapporti strettissimi con il dittatore somalo Siad Barre, per il quale il Nostro stanziò 310 miliardi di lire nel solo quadrienno 1981-1984? E l’incostituzionale legge Mammì? Il debito pubblico che passò sotto la sua presidenza del consiglio da 400 mila a 1 milione di miliardi di lire? E ancora: l’Alfa Romeo regalata alla Fiat e sottratta alla Ford, che l’avrebbe pagata (e qui mi sovvien l’eterno e lo spazio sconfinato del cielo solcato da aerei Alitalia)? Le amicizie con Licio Gelli? Il sostegno ai generali argentini contro la Gran Bretagna durante la crisi delle Falkland? Tanta roba davvero, che sarebbe imperdonabile tralasciare nel resoconto, giusto?
  • “il destino di Craxi, la sua carriera fatta di luci e ombre, è comune a molti dei grandi personaggi di quel periodo complesso. Addirittura Helmut Kohl riunì le due Germanie e poi finì sotto processo. Ma per la storia Craxi va già ricordato oggi come uno statista”
    Al fine di completare ulteriormente questo giusto paragone, spiegherei che l’ex cancelliere tedesco, scoperti i fondi neri della Cdu, lasciò la presidenza del partito e pagò una pena pecuniara di 300 mila marchi per chiudere il suo processo (ipotecando tra l’altro la casa e raccogliendo 3 milioni di euro per risarcire la multa pagata a causa sua dalla Cdu). Rinnegato dai suoi stessi ex-colleghi, Kohl non trova oggi sostegno e apprezzamento neppure in Angela Merkel, che ne è stata l’erede diretta.

Giungo infine alla conclusione di questa logorroica, interminabile missiva, nella speranza di non averla tediata troppo.
Attendo con ansia la sua rettifica in una delle prossime edizioni del Telegiornale da Lei diretto, senza ovviamente aspettarmi menzioni o gratifiche, giacché le mie parole non sono frutto d’altro che di cortesia e ben riposto senso del dovere.

Con cordialità.

Facciamoci una risata, va’…