Astenersi buffoni e perditempo

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Premessa: esercitare un proprio diritto non può mai (ma proprio mai) essere una perdita di tempo, né tantomeno uno spreco di denaro. Un paese civile non dovrebbe mai considerare l’aspetto economico della democrazia; altrimenti non può dirsi una vera democrazia.

Chiarito questo, lamentarsi ora dei soldi spesi per il referendum “sulle trivelle”, dopo aver invitato continuamente all’astensione, a me pare un po’ come lagnarsi dell’infedeltà del coniuge dopo averlo convinto a partecipare a un’orgia… Te l’hanno impalmato/a (e quel ch’è peggio, ci ha provato gusto)? Beh, il concetto era quello

Uscendo dalla scivolosa (…) metafora, è utile porre un paio di domande in merito alla discutibile equazione bassa percentuale votanti=spreco di denaro:

  1. Se il problema fosse stato davvero evitare lo spreco di denaro, non sarebbe stato più saggio e più utile da parte di chi era contrario al quesito referendario suggerire di votare “no”, piuttosto che invitare a disertare le urne?
  2. Se l’equazione suddetta è valida, allora deve esserlo sempre. Perché dunque non abbiamo udito le stesse geremiadi di oggi anche un anno fa, quando alle elezioni regionali (vinte dal PD, tanto per ricordarlo) votò meno del 50% degli aventi diritto?

Interrogativi futili che mai riceveranno risposta, a parte forse qualche #Ciaone insegnato da una figlia a un deputato (al quale sfugge probabilmente che il processo di educazione e apprendimento tra genitore e prole dovrebbe essere di segno opposto).

A ben riflettere è tutto perfettamente coerente, tutto minuziosamente orchestrato. L’invito all’astensione finalizzato al mancato ottenimento del quorum è il primo passo di un ingranaggio escogitato appositamente per innescare le lamentele indiginate per lo spreco di denaro pubblico, dilapidato in pratiche desuete e anacronistiche. Il messaggio sotteso è sempre più evidente e sempre più incisivo: le urne sono inutili; votare è un fastidio per il cittadino. Una voce suadente ce lo sussurrà da anni: dobbiamo affidarci ai politici, lasciare che siano loro a guidarci, a decidere nelle loro segrete stanze chi deve comandare, chi si deve arricchire e chi si deve impoverire, e ancora chi deve sfruttare le risorse collettive (buffo che si tratti spesso dei loro stessi amici o parenti). La riforma costituzionale, promossa oltretutto da un parlamento eletto da una legge dichiarata anticostituzionale (insomma un paradosso escheriano), è l’ultimo tassello di un piano accuratissimo, realizzato il quale non avremmo più possibilità di azione o di intervento. Sarà la nostra abdicazione. Ma se neppure quel referendum dovesse raggiungere il quorum, non ci sarà da dannarsi troppo: significherà che abbiamo già abdicato molto tempo fa. Persino prima di quel referendum “sulle trivelle” (“ve lo ricordate? Pare trascorso un secolo!” diremo), che poi con le trivelle aveva davvero poco a che fare.

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I professionisti

8013123009357Dice il parlamentare pentastellato Alessandro Di Battista che Alexis Tsipras “si è dimostrato un dilettante, sostanzialmente per non aver fatto uscire la Grecia dall’Euro. Tralasciando per un momento il buon senso che imporrebbe le necessarie riflessioni su rischi e benefici di un eventuale abbandono della moneta unica, vorrei soffermarmi su dialettica e lessico del buon deputato grillino, in particolare sulla parola “dilettante”, che poi è il contrario di “professionista“.

Effettivamente Tsipras è stato un dilettante: dopo il primo exploit del suo partito alle elezioni greche del 2012, ha tentato in tutti i modi di vincere quelle del 2015. Da vero dilettante qual è, è riuscito ad ottenere il suo scopo ed è stato perciò incaricato di formare il Governo. Sempre perché è un dilettante, non si è accontentato di speculare sui consensi ricevuti, ma ha provato concretamente a portare avanti il programma con il quale era stato eletto. Come definire poi la decisione di indire un referendum e di convocare il popolo del suo Paese alle urne – e non in un forum privato con obbligo di registrazione su una piattaforma gestita da un’azienda privata – se non come la scelta di un dilettante? E ovviamente ancora da dilettante è stata l’accettazione delle inique pretese dell’Eurogruppo del 12/13 luglio, quando l’unica alternativa rimasta era una fuoriuscita dalla moneta unica che avrebbe precipitato la Grecia dall’emergenza sociale a quella umanitaria.

Un professionista (un VERO professionista) avrebbe agito diversamente. Per esempio avrebbe allontanato o sabotato ogni possibilità di governare il proprio Paese, in solitaria o in coabitazione, evitando così di assumersi anche la più insignificante delle responsabilità; oppure avrebbe approfittato delle debolezze insite nel tessuto sociale e culturale per cavalcare idee e teorie populiste, obnubilando completamente il senso di realtà; o ancora avrebbe evitato di prendere posizioni nette e definite su uno qualsiasi dei grandi temi politici e sociali del nostro tempo, producendosi a giorni alterni in indecifrabili borborigmi vocali o irrealizzabili proposte mentula canis. O infine avrebbe optato per il più gettonato dei “numeri”, reso possibile dal combinato disposto dei precedenti: la critica pregiudiziale dell’altro, arricchita dall’immancabile “io avrei sicuramente saputo fare meglio”.

E’ ovvio quindi che ha ragione Di Battista: Tsipras è un dilettante perché ha tentato e ha fallito. Un vero professionista non tenta mai nulla, se non a parole. Così ha la certezza di non fallire (e di non riuscire) mai.

Alessandro Di Battista (a sinistra)

Alessandro Di Battista (a sinistra)

Burocrati dell’Ortodossia Reaganista in Germania (BORG)

borg_resistance_is_futile_zip_hoodie_darkOgni attacco BORG, nell’immaginifico universo di Star Trek, è preceduto da una frase terribile, per il carico di spietatezza e inesorabilità insito in essa: «Resistance is futile», ovvero La resistenza è inutile.
La stessa frase è ormai anche il motto non scritto dell’Unione Europea a trazione germanica. O meglio, della Grande Germania Europea. Il sogno vagheggiato da un ometto baffuto col ciuffo unto e dai suoi accoliti pare finalmente divenuto realtà, e oggi come allora il popolo teutonico pare tutto schierato dalla parte del potere (vedasi parole e azioni del sedicente socialista Martin Schulz, roba che quasi ci tocca riabilitare zio Silvio per avergli dato del kapò).

La Germania del 2015 però non somiglia molto ai suoi antenati dalla croce uncinata, non consegue la supremazia attraverso la violenza delle armi, l’invasione e la devastazione diretta, bensì attraverso il controllo politico ed economico; e l’assimilazione al suo credo e ai suoi interessi. Esattamente come l’Impero BORG.

La Grecia non è una vittima innocente di questo processo, anche se gli errori non sono certo stati tutti dalla sua parte nel corso di questi anni. Peccato originale: l’ingresso nella UE. E tuttavia, che i bilanci ellenici fossero quanto meno “sospetti” era cosa nota ed evidente fin dal 1995. Dov’erano allora gli organismi di controllo che decisero (scientemente e dolosamente?) di non fare le necessarie verifiche o che le fecero “mentula canis”? Semplice: erano già stati assimilati.

Balzo in avanti e siamo al 2010-2011, ai prestiti incassati da governi greci più o meno tecnici (e perciò più o meno assimilati) non per risollevare l’economia del Paese, bensì per risarcire le banche tedesche e francesi grandemente esposte dopo aver comprato quote di appetitoso debito ellenico (interessi al 15%), mentre la popolazione di Atene e dintorni vedeva le proprie condizioni di vita farsi sempre più difficili, precarie, malsane. Perché occorre chiarire questo punto, spesso oggetto di mistificazioni anche a mezzo stampa nelle ultime settimane: dei soldi finora arrivati in Grecia e provenienti anche dalle nostre latitudini (a proposito: qualcuno dei nostri governanti ci ha mai chiesto il permesso per prenderci quei soldi, magari attraverso un referendum? No? Allora sull’argomento meglio evitare di urinare fuori dal vaso, invocando oggi – e assai tardivamente – la consultazione popolare), il popolo ellenico non ha visto il becco d’un quattrino.
Segno prognostico dell’imminente apocalisse BORG? Di recente la cosa più chiara e sensata sull’argomento è stata detta pubblicamente da D’Alema.

E siamo a oggi, a quella grande esperienza di democrazia che è stata il referendum di 8 giorni fa. Una sbornia vera, colossale per tutti coloro che credono ancora nella “Democrazia” intesa come idea e aspirazione da guadagnare e esercitare con abnegazione e costanza e non come semplice parola, come lemma nel dizionario ormai scontato e consolidato, semplicemente perché “viviamo nei civilissimi paesi occidentali”. Quel referendum però era un azzardo, un bluff; in molti lo sospettavano. La conferma è arrivata stamani, all’Eurosummit di Bruxelles in cui Alexis Tsipras ha dovuto accettare sostanzialmente tutte le pretese dei suoi oppositori al solo scopo di ottenere un altro prestito necessario a non far fallire il suo paese (che per altro, tecnicamente è già fallito almeno due volte: miracoli della finanza del 2000). La concessione del suddetto prestito non è però aprioristica e incondizionata, ma subordinata all’attuazione di determinate riforme da approvare in Parlamento (greco) nel breve volgere di una settimana (aumento dell’IVA, privatizzazioni, ecc. Insomma una replica di tutto quello che finora ha avuto soltanto effetti negativi) più – pare – una bella revisione al codice di procedura civile.
La regina BORG Angela ha parlato. Nessuna possibilità di autonomia. Nessuno spazio di manovra. Accettazione totale del dogma, o morte.

Questa vicenda ci insegna che un voto democratico non ha alcun valore contro il potere dei Burocrati dell’Ortodossia Reaganista in Germania (B.O.R.G.). O si ha davvero il coraggio di fare la Rivoluzione (ovvero uscire dall’Euro; ma a quale prezzo?) oppure ogni Resistenza è inutile. Saremo tutti assimilati.
Noi Italiani però non dobbiamo preoccuparci: siamo stati già assimilati anni fa.

Game of Toti

Un altro Giro si è chiuso e, a differenza di quello di 12 mesi fa, il trionfo non è dell’uomo solo al comando, ma di chi lo insegue. Fabio Aru è sulla ribalta sportiva e ciclistica quanto – se non più – di Alberto Contador. Un po’ come i due Matteo, Salvini e Renzi.

Facciamo come in Game of Thrones/Il Trono di spade. Breve riassunto delle puntate precedenti.

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Alle Elezioni Europee 2014 il Partito Democratico raccoglie oltre il 40% dei consensi e il premier Matteo Renzi – amato dalle italiche folle come un Renly Baratheon eterosessuale (e quindi non inviso a Santa Romana Chiesa) – non perde occasione per usare queste cifre come implicita legittimazione del suo Governo che (ricordiamolo) per la prima volta nella storia Repubblicana ha sostituito il precedente senza alcun passaggio parlamentare preventivo. Si è trattato in effetti di una resa dei conti interna al partito di maggioranza che sosteneva l’esecutivo Letta, esautorato con la complicità del Presidente della Repubblica. Un po’ come se Robb Stark fosse stato pugnalato al cuore da uno dei suoi più fedeli vassalli, con la complicità di un anziano uomo di potere solo in apparenza rimbambito. Ecco, appunto.

Veniamo ai giorni nostri e alle elezioni regionali. Il PD conquista 5 regioni su 7, si conferma in Puglia (non era oggettivamente complicato, con gli avversari impegnati a giocare a un milanesissimo ciapanò) e strappa la Campania per un’incollatura. Contestualmente però i Democratici (chi?) perdono la Liguria (amministrata ininterrottamente da qualche lustro), vengono sotterrati in Veneto (nonostante l’incauto ottimismo della candidata Moretti, che invece è stata doppiata dalla controparte Leghista Zaia) e rischiano in Umbria, uno dei loro feudi storici. Un po’ come se Robb Stark fosse andato a conquistare le terre del sud e nel frattempo gli avessero strappato Grande Inverno da sotto il naso. Ecco, appunto.

Si diceva la Liguria. Qui è accaduta la cosa più singolare e interessante, almeno da un punto di vista politico e dialettico. Il toscano Enrico Toti è il nuovo governatore, dopo aver nettamente battuto la candidata PD Raffaella Paita. Una candidata discussa, “legata a doppio filo – perfino famigliare! – con questo intreccio affaristico-politico, e di rapidissima conversione renziana dopo essere stata fedele bersaniana per anni” (cit. da Alessandro Gilioli). Una candidata che, dopo la sconfitta, non ha trovato di meglio che accusare la “cinica operazione di Civati (cit. sempre da Alessandro Gilioli), che l’avrebbe portata al fallimento elettorale. Lo stesso Orfini, attuale presidente del Protozoo Democratico, ha addossato la responsabilità della sconfitta ai sinistroidi reducisti che avversano il cambiamento (parafrasi assolutamente mia che rende tuttavia bene il senso del discorso), le cui scelte in sede elettorale risultano assolutamente incomprensibili ai vertici piddini. Ed ecco il punto; e, se vogliamo, la vera causa della débacle ligure: l’incapacità dei dirigenti di un partito di tollerare il dissenso (interno o esterno, costruttivo o distruttivo che sia), di mettere in discussione le proprie scelte o quelle del Capo supremo, e quindi di conseguenza di comprendere la bontà o meno di un candidato. Un candidato che potrà pure essere stato eletto dalle primarie (mai come stavolta – urge ricordarlo – caotiche, pasticciate e foriere di dubbi sulla regolarità del loro svolgimento), ma che non per questo ha la garanzia di fare il pieno di consensi. Anche perché, al netto dell’opposizione civatiana, in cabina elettorale “Dio ti vede, Civati no!” (semicit.). Ogni elettore siede perciò sul suo personalissimo Trono di Spade, dal quale esercita la piena potestà sulle proprie scelte. Così fu – in un senso – per i Pisapia, i De Magistris e gli Zedda. Così è stato – in senso opposto – per le Paita e le Moretti. Non capire punti in comune e differenze tra le due situazioni è sinonimo di miopia autolesiva e somiglia tanto alle scene di certe comiche mute, in cui l’attore suscita il riso autoinfliggendosi dolore con atti di inusitata goffaggine. Qui poi arriva il secondo peccato originale piddino (che in realtà è prima ancora italiano e di genesi addirittura consustanziale all’essere umano): l’abitudine di incolpare gli altri dei propri insuccessi per congenita ritrosia ad assumersi le proprie responsabilità. (continua dopo la foto)

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Manifesto elettorale della Democrazia Cristiana

E allora bene così: lunga vita a Toti Baratheon, primo del suo nome, e onta suprema su Civati e i suoi accoliti che, invece del buon sapore della focaccia ligure, preferiscono ancora il gusto acre della carne dei bambini.

L’Insostenibile leggerezza d’ANS(I)A

Quando ormai il mondo dava questo blog per disperso (chi?), eccone una parziale e sporadica rinascita. E quale miglior coincidenza può esserci, se non ripartire in concomitanza (quasi) e in riferimento (stretto) al solenne ed elegante qualcosa che ricorre il 25 aprile? Nessuna, infatti. E allora vamos!

Notizia ANSA di oggi:

Articolo ANSA [http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2015/04/16/25-aprile-anniversario-della-liberazione-alla-camera-partigiani-per-la-prima-volta-in-aula-_de18b47e-7fb7-4583-a35b-507e0259f8ba.html] - URL consultato il 16/04/2015

Articolo ANSA [http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2015/04/16/25-aprile-anniversario-della-liberazione-alla-camera-partigiani-per-la-prima-volta-in-aula-_de18b47e-7fb7-4583-a35b-507e0259f8ba.html] – URL consultato il 16/04/2015

Per dirla con le parole (su Facebook) dello storico e studioso Massimo Storchi:

“PARTIGIANI PER LA PRIMA VOLTA IN AULA? PERCHE’ DOSSETTI, MARCONI, ZACCAGNINI, TINA ANSELMI? BOLDRINI? LONGO? Chi erano? Telegrafisti? Idraulici?”

Ciò dimostra oltretutto che l’unico archetipo del “partigiano” a popolare ormai l’immaginario pubblico (e in primis quello giornalistico) è quello del vecchietto un po’ nostalgico, a volte magari burbero, eppure in fondo assai simpatico. Quasi come quel parente – non tanto il nonno, a cui generalmente si è portati a tributare un grande e sincero affetto, quanto più un prozio – che si va a visitare un paio di volte all’anno e al quale si dà retta per un paio d’ore, in parte perché è una persona gradevole (“una sagoma”, verrebbe da dire) e in parte per aggiustare la coscienza e sentirci delle persone migliori, buone e magnanime, dotati di sensibilità nei confronti dei “poveri anziani”.

D’altra parte questo Paese non tratta esattamente così la Resistenza tutta?

L’al di là

NDEDoverosa premessa: nonostante le percentuali bulgare delle primarie e delle ultime elezioni europee – che lo investono automaticamente del rango di “El dictator” (alla sudamericana) – non ho cambiato idea sul nostro attuale Primo ministro. Sono troppe le criticità della sua azione governativa, troppe le zone d’ombra e altrettante quelle di opportunismo, per farmi convincere da un paio di buoni messaggi politici (nella fattispecie, gli 80 euro in busta paga e l’adesione al PSE), e perciò mediatici. Messaggi che personalmente ritengo finalizzati ad un unico scopo (il solito): allargare la base del consenso. Cosa fare con tutto questo consenso è – se vogliamo – il vero nocciolo della questione.
E poi, diciamolo francamente (con Superpippo; non Inzaghi, quell’altro): sul carro dei vincitori ormai non c’è più posto, visto che ci sono saliti più o meno tutti.

Breve dialogo postprandiale e immaginario (anziché no) con un collega, anche lui – come me – tra i pochi “salvati” fra i tanti “sommersi” della riforma Fornero (ve la ricordate la Fornero?).

Io: “[…] che poi, vedi: anche questa cosa degli 80 euro, a me sembra strumentale. E comunque è un provvedimento una tantum, fatto guarda caso – maligno io! – proprio in concomitanza con la scadenza elettorale.”

Il collega: “Guarda che non è una tantum. Il bonus dura fino a fine anno.”

Io: “Non è questo il punto. Ci sono altre problematiche; altre difficoltà. Non si parla di precari, di pensioni. Se si è sempre criticata la CGIL perché difende gli interessi della solita classe di lavoratori, non vedo come si possa applaudire Renzi adesso.”

Il collega: “Però intanto inizia a mettere in tasca questi 80 euro al mese fino a dicembre. Ottanta euro per 8 mesi, sono 640 euro. Mica male.”

Io: “Non è male no. Però, ragionando così, tu ed io dovremmo anche convenire che la riforma del lavoro fatta dalla Fornero sia la migliore degli ultimi 150 anni (cit.)”

Silenzio.

Perché devo dire che il mio collega ha ragione: 640 euro all’anno (in realtà meno, tra tasse e tutto il resto) fanno senza dubbio comodo. Poi però mi guardo attorno e vedo due amici che non solo non hanno percepito alcun bonus nella busta paga del mese di maggio, ma hanno addirittura ricevuto la comunicazione che a giugno il loro contratto di lavoro a progetto non verrà confermato.
Collettività… Società… Ormai sono parole vuote. Eppure non serve fare tanta strada per andare “al di là” – un “al di là” nient’affatto mistico e molto più terreno e prosaico. Il più delle volte è proprio lì, un palmo oltre il nostro naso. Iniziare da qui sarebbe già un bel passo avanti per tutti, qualsiasi fede e colore abbiamo.

P.S.: certo che 40,8 è una bella percentuale; 42 (gli astenuti) però è migliore…
Facciamoci le solite due risate, va’ (con colonna sonora quanto mai appropriata)
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-4afafdf5-38bd-4d0f-942f-e9384be399fc.html#p=0

La guerra dei bottoni

O meglio, dei pulsanti (espulso sì, espulso no?)

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La frase del giorno fra i pentastellati pare essere: “Siamo in guerra, via i disertori”. Personalmente non ho mai visto una guerra combattuta in modo tanto anodino verso il presunto nemico esterno. Non è ad ogni modo questo il punto fondamentale. Il punto fondamentale sono le pratiche interne. I comportamenti. Perché, come dice Gilioli, “le pratiche sono il vero banco di prova di chiunque abbia un progetto politico”. E la buona attività parlamentare, quelle che potremmo definire le “buone azioni”, non bastano a redimere le vecchie; non bastano a cancellare criticità finora irrisolte e apparentemente irrisolvibili.
Io credo che il MoVimento 5 stelle sia dinanzi a un bivio. E’ proprio di ogni movimento pseudo o pararivoluzionario vedere ovunque la controrivoluzione; il modo di reagire dinanzi a questa minaccia vera o presunta (e la capacità di discernere la differenza tra le due) segnano il confine tra l’evoluzione totalitaria e l’evoluzione democratica. Tra vero anelito rivoluzionario e mera dissimulazione reazionaria.

Facciamoci una risata, va’…